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Minibot e CCF: due tipologie di moneta fiscale

In occasione dell’appuntamento elettorale del 4 marzo, tra le varie proposte messe in campo dai partiti per portare il paese su un percorso di crescita economica più sostenuta, proviamo ad approfondirne due che riguardano l’introduzione di strumenti di politica fiscale nuovi, sebbene non inediti. Tali strumenti vanno sotto il nome di Minibot e Certificati di Credito Fiscale (CCF). I punti critici che registriamo nel dibattito attorno ad entrambe le proposte crediamo rendano necessario un chiarimento in merito. Partiamo col cercare di capire a che cosa ci riferiamo quando parliamo di Minibot e CCF. I Minibot sono emissioni del Tesoro Italiano utilizzabili per il pagamento dei debiti pendenti delle Amministrazioni Pubbliche verso i cittadini. I CCF invece sono una vera e propria “moneta fiscale” in quanto si tratta di titoli di debito fiscale che, dopo un certo periodo (solitamente due anni), vanno a scadenza e con i quali, al termine del periodo di validità, si possono scontare le tasse da pagare in quel determinato anno. Per entrare meglio nell’argomento cerchiamo di analizzarli uno alla volta.

  1. Minibot

Come abbiamo già detto i Minibot sono veri e propri titoli di debito del Tesoro, i quali sarebbero stampati per coprire le varie pendenze che le Pubbliche Amministrazioni (PA) abbiano contratto verso i cittadini. Essi quindi sarebbero di fatto debito pubblico a tutti gli effetti perché, come sottolinea la Dott.ssa Cannata1, ex direttore del dipartimento del debito pubblico al MEF, “ogni emissione di titoli pubblici rappresenta debito, indipendentemente dalla durata e dalle caratteristiche finanziarie”. Tuttavia, a causa delle loro peculiari caratteristiche, difficilmente essi rientrerebbero nella categoria del debito poiché sarebbero in forma cartacea, in piccoli tagli, con l’indicazione del valore e senza scadenza. Tali requisiti li renderebbero infatti più assimilabili ad una moneta vera e propria che a una obbligazione. Tuttavia anche la moneta è una passività per lo Stato che la emette, quindi da questo punto di vista non ci sarebbe sostanziale differenza tra l’emissione di moneta e quella di un Minibot. A questo proposito è doveroso sottolineare come l’emissione di moneta alternativa sia una violazione dell’art. 128 del Trattato dell’Unione Europea e dell’art. 10 del regolamento CE/974/98, che recita: “…le banconote in euro sono le uniche aventi corso legale negli Stati Membri partecipanti”.

Le finalità relative all’emissione di questi nuovi mezzi di pagamento sono riconducibili a una riduzione del debito pubblico per lo Stato e del carico fiscale per le imprese, oltre alla liquidazione dei debiti che lo stesso Stato ha con i suoi fornitori. Visto che i Minibot potrebbero circolare solo in Italia, i fornitori potrebbero utilizzarli solo per regolare le loro transazioni con la PA. Questo: sempre secondo Cannata, ne farebbe ridurre il valore effettivo, al di là del valore nominale, rendendo poco gradita questa forma di pagamento da parte dei creditori. Nel caso in cui si potessero utilizzare per ridurre l’onere fiscale di cittadini e imprese l’Amministrazione vedrebbe aumentare il debito per l’emissione dello strumento e in seguito si ridurrebbero le entrate perché le imposte verrebbero scontate dell’importo pagato in Minibot e, infine, per compensare la perdita si dovrebbe fare un ulteriore ricorso al mercato per il finanziamento di ulteriore debito. In questo senso verrebero meno alcune delle finalità succitate e in particolare quella del minor debito.

Storicamente si è fatto ricorso ad una misura come quella dei Minibot solo in occasioni particolari che si caratterizzavano per gravi crisi di liquidità dello Stato e difficoltà di accesso ai mercati per il finanziamento delle proprie spese. In casi più ricordati sono quello della Germania del 1933 e quelli della California (l’ultima volta nel 2009). In Germania il governo non poteva finanziarsi sui mercati perché i creditori (vincitori della Prima Guerra Mondiale), i quali controllavano la banca centrale, bloccarono l’accesso del paese ai mercati finanziari: a quel punto il Governo creò una società che emetteva cambiali garantite dallo Stato per pagare i fornitori statali. Tali cambiali potevano essere convertite dalla Banca centrale tedesca in moneta a corso legale ad un valore inferiore a quello nominale. In California invece, a causa della mancata approvazione del bilancio, lo Stato utilizzò delle vere e proprie cambiali per pagare dipendenti pubblici e fornitori. I titoli in questione avevano scadenza a tre mesi e un rendimento oltre il 15%. Nella prima settimana di emissione le banche convertirono tali cambiali in depositi, trattenendo gli interessi, ma successivamente si rifiutarono di accettarle. Da quel momento e fino alla successiva approvazione del bilancio non fu più possibile anticipare il pagamento delle cambiali e perciò si creò un mercato secondario in cui tali strumenti venivano scambiati peraltro ad un prezzo inferiore rispetto al valore nominale (a causa della loro illiquidità e del rischio di default dell’emittente).

  1. Certificati di Credito Fiscale (CCF)

Un variante di moneta fiscale rispetto ai Minibond sono i Certificati di Credito Fiscale. I CCF non sono altro che dei titoli che lo Stato emette e con i quali si possano pagare tasse, multe ed altre obbligazioni finanziarie in un periodo successivo predeterminato e per un valore pari a quello facciale del titolo. Solitamente si usano titoli che hanno scadenza biennale per uno sconto sul pagamento delle tasse. I titoli sono trasferibili a terzi, anche contro valuta a corso legale, così da creare anche in questo caso un potenziale mercato. Un CCF non è uno strumento finanziario a corso legale, per cui non si è obbligati ad accettarlo in pagamento di un bene scambiato. Essi non rientrerebbero nel debito riconosciuto dall’Unione Europea perché riconosciuti da Eurostat come imposte non maturate e quindi inesistenti. Tuttavia al momento dell’emissione essi costituiscono una vera e propria promessa di pagamento e quindi, sono di fatto un debito finanziario che grava sulle casse future. Anche non volendoli assimilare al debito pubblico, considerandoli un debito commerciale, essi diventerebbero un debito vero e proprio nel momento in cui inizierebbero ad essere scambiati, proprio come nel caso in cui si cede un credito alla banca affinché esso sia immediatamente monetizzato. Nel caso in cui poi i CCF fossero usati per aumentare la domanda interna tramite aumenti salariali ai dipendenti della PA o maggiori investimenti pubblici, il loro controvalore aumenterebbe immediatamente anche il deficit. Se invece non venissero utilizzati per tali scopi, la riduzione di entrate fiscali si verificherebbe alla scadenza del titolo nel momento in cui il contribuente li utilizzerebbe per pagare le imposte.

  1. Moneta Fiscale

Come abbiamo visto nelle prime due parti la logica di Minibot e CCF rinvia al concetto di moneta fiscale. Essa è un essenzialmente un titolo emesso dallo Stato senza avere corso legale che può essere utilizzato per pagare tasse ed altri tipi di obbligazioni verso lo Stato.

Poniamo il caso di avere un CCF in tasca del valore di 100 Euro utilizzabile fra un anno per pagare le tasse. Se vado ad acquistare un qualsiasi bene o servizio posso decidere se pagarlo in Euro o in CCF. Se il venditore dovrà pagare le tasse per quell’anno allora potrebbe tranquillamente accettare il certificato. Se invece titolo non gli sarà utile ai fini fiscali, allora dovrà essere sicuro che il CCF sarà a sua volta accettato da altri venditori. Perché questo accada è necessario che intorno al titolo si coaguli un clima di fiducia reciproca tale da permettere la creazione di un mercato secondario liquido. Qui si pone il primo problema, poiché non è certo che si crei un clima di fiducia o potrebbe volerci del tempo perché questo accada. Nel momento in cui, però, si crea un mercato secondario liquido il CCF diventa “quasi moneta”. Storicamente, quando questo si è verificato, al valore facciale del titolo è stato applicato un piccolo sconto: sia perché si tratta di uno strumento meno liquido degli Euro della BCE, sia perché, andando a scadenza, incorpora un piccolo tasso d’interesse. Per questi due motivi il valore nominale del titolo può essere ad esempio di 98 invece che di 100 Euro. In concreto la possibilità di uno sconto è altamente probabile.

Abbiamo visto nelle due sezioni precedenti come, in buona sostanza, l’emissione di un Minibot non sia così dissimile dall’emissione di un CCF poiché entrambe aumentano le passività dello Stato maggiorandone l’onere del debito: conseguentemente li tratteremo allo stesso modo parlando di moneta fiscale.

Poniamo ora il caso in cui un individuo si veda aumentare il proprio reddito con l’emissione di moneta fiscale (Reddito+Bot+CCF) e compariamo gli effetti di un taglio delle tasse e di una emissione di moneta fiscale, seguendo l’esempio che fa il Prof. Perotti in un suo articolo2. In altre parole cerchiamo di capire quanti Euro+Bot+CCF hanno in tasca gli individui al termine dell’esempio e di quanto varia il debito pubblico (Tabella 1).

Tabella 1: Emissione CCF e taglio di tasse

Anno 1

Anno 2

CCF

Taglio Tasse

CCF

Taglio Tasse

A. Quantità di CCF in circolo

200

0

100

0

B. Euro incassati per taglio di nuove tasse

0

200

200

100

C. Euro spesi per comprare nuovi Bot emessi

0

-200

-200

-100

D. Quantità di Bot in circolo

0

200

200

300

E. Passività dello Stato (Bot+CCF, 1+4)

200

200

300

300

F. Totale Euro in tasca (2+3)

0

0

0

0

G. Totale disponibilità liquide (1+2+3+4)

200

200

300

300

Seguendo la tabella vediamo come nel primo anno abbiamo un emissione di CCF di 200 e un taglio di tasse di pari importo. Il CCF produce un pari ammontare di passività per lo Stato (Anno 1, Riga 5.) e delle disponibilità liquide del soggetto che li accetta per 200, senza considerare ovviamente la possibilità che venga applicato un tasso d’interesse. Sempre nello stesso anno viene effettuato un taglio di tasse per 200 che crea un pari esborso per l’individuo che compra i Bot emessi per finanziarlo (supponendo un bilancio in pareggio e una spesa in deficit). La quantità di Bot in circolo sarà pari all’ammontare dell’emissione, così sarà anche per le passività dello Stato e delle disponibilità liquide.

Nel secondo anno ipotizziamo un’emissione di CCF per 100 e un eguale taglio delle tasse. Per quanto riguarda l’emissione di CCF vediamo che nello stesso anno vanno anche a scadenza i 200 CCF dell’anno precedente i quali creeranno una minore entrata, con una corrispondente emissione di Bond e una passività dello Stato che raggiunge i 300: la stessa cifra cui assommano le disponibilità liquide essenzialmente in Bot (200) e CCF (100). Nel caso di un taglio delle tasse avrò una emissione di 100 che si aggiunge alla precedente di 200, arrivando a un debito di 300 per lo Stato e alla stessa quota liquida per l’individuo tutta interamente in Bot. Sottolineiamo come l’unica differenza apprezzabile al termine dell’esperimento è la composizione della liquidità disponibile: nel primo caso avremo i CCF emessi nell’anno e i Bot (corrispondenti ai CCF scaduti); nel secondo caso invece avremo solo Bot nella composizione del portafoglio del soggetto coinvolto.

Questo evidenzia come tra Minibot e CCF non ci sia sostanziale differenza. Inoltre, facendo un passo oltre, ci è chiaro come la moneta fiscale corrisponda a un taglio delle tasse.

La possibilità che un incremento della spesa in deficit possa portare a una crescita del Pil che, a sua volta, riduca il rapporto Debito-Pil è una questione tutta empirica così com’è da verificare il fatto che sia presente un moltiplicatore sufficientemente alto da poter ripagare integralmente il taglio di tasse che viene effettuato. Del resto sul cosiddetto “effetto Laffer”, cioé sul fatto che i tagli di tasse si ripaghino da soli, sembra non esserci molto supporto in letteratura.

Un ultimo punto potenzialmente cruciale relativo alla moneta fiscale è connesso alla possibilità che, dopo averla introdotta, le autorità europee possano mettere l’Italia sotto accusa di fronte alla giustizia europea. Anche solo la possibilità che la citazione in giudizio possa risultare negativa per il Paese membro potrebbe rendere inutile l’emissione di tali strumenti, in quanto toglierebbe agli stessi la sicurezza di essere accettati da tutti, causando una crisi di fiducia che potrebbe far naufragare il progetto.

1 http://www.lavoce.info/archives/53300/mini-bot-o-ccf-la-grande-illusione/

2 http://www.lavoce.info/archives/52448/la-sirena-della-moneta-fiscale/

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