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Opinioni

Contrazione Fiscale Espansiva: affermazioni, smentite e dubbi

1.1 Excursus letterario

La diatriba relativa a questo argomento è partita nel 2010.  Da una parte gli economisti keynesiani, come Krugman, sostenevano che l’austerità andava considerata come un errore. Dall’altra economisti neoclassici affermavano che un accurato programma di austerità, basato su tagli alla spesa e rigore di bilancio, non solo non avrebbe innescato processi depressivi ma, anzi, avrebbe avuto effetti di stimolo sull’economia (contrazione fiscale espansiva), possibilità sottolineata già da Giavazzi e Pagano (1990; 1996), da Alesina e Perotti (1995; 1997) e da Alesina e Ardagna (1998; 2010). Tesi simili avevano avuto grande risonanza nel nord Europa, oltre che in alcuni ambienti della BCE. Si è perciò intensificato, negli anni successivi alla crisi, il dibattito sugli effetti delle politiche di austerità, in particolare quelle molto severe imposte in Europa ai paesi in difficoltà di finanziamento dei debiti sovrani. La tesi del rigore espansivo aveva cominciato a perdere consensi dopo le critiche di metodo e di merito presentate da alcuni studiosi del Fondo Monetario Internazionale (IMF). Per gli aspetti di metodo, è stata innanzitutto criticata la non corretta individuazione dei periodi di risanamento fiscale (fiscal consolidation) che ha provocato la distorsione delle conclusioni, sottovalutando gli effetti depressivi e sopravvalutando quelli espansivi. Infatti, con la corretta identificazione dei periodi e con riferimento alle politiche di risanamento intraprese da 15 economie avanzate nel corso degli anni 1980-2009, le analisi dell’IMF (2010) arrivano facilmente alla conclusione che “il risanamento fiscale ha tipicamente un effetto depressivo” sulla produzione e sull’occupazione (Cozzi, 2013).

Secondo il paradigma keynesiano, tagli alla spesa o incrementi delle tasse hanno effetti depressivi sull’attività economica, invece molti modelli neoclassici inseriscono l’ipotesi che i soggetti economici, dotati di aspettative razionali, siano tanto lungimiranti da prevedere che una restrizione fiscale decisa oggi abbia l’effetto di eliminare la possibilità di più ampi e dolorosi aggiustamenti fiscali futuri (Cozzi, 2013).

 1.2 Visioni antagoniste alle politiche di consolidamento fiscale in Italia

In (Meloni, Stirati, 2018) si ipotizza che in Italia i tagli alla spesa e l’aumento della pressione fiscale ci siano stati, e che proprio per questo il rapporto debito/PIL sia aumentato. Il nucleo centrale del lavoro si basa sull’idea che “il fondamento economico per cui le politiche di austerità fiscale possono in molti casi peggiorare ciò che dicono di voler migliorare, ossia il rapporto debito/PIL, risiede nel fatto che, per via del moltiplicatore fiscale, la riduzione di debito pubblico – attuata ad esempio grazie ad un avanzo di bilancio – può causare una riduzione del denominatore del rapporto (il reddito) di proporzione maggiore della riduzione del numeratore (il debito pubblico)”. In (Nuti, 2013) si avvalora questa tesi dimostrando che l’aumento del rapporto debito/PIL si determinerebbe con certezza nel caso in cui il moltiplicatore fiscale fosse maggiore dell’inverso del rapporto tra debito pubblico e PIL. Nel caso italiano, quindi, non sarebbe necessario un moltiplicatore superiore a 1, bensì superiore a circa 0,76. Importanti sono stati in questo senso studi del FMI che hanno rivisto a rialzo le stime dei moltiplicatori fiscali, indicando un valore minimo di 0,9 (Blanchard e Leigh, 2013).

Perciò se in una condizione di crisi economica e riduzione del PIL si cerca di abbassare il disavanzo tagliando la spesa o aumentando le tasse ciò potrebbe portare a una riduzione ancora più significativa della domanda aggregata e quindi della produzione, generando addizionali effetti negativi sulle entrate fiscali e un aumento delle spese per ammortizzatori sociali con effetti perversi sul rapporto debito/PIL (Ciccone 2012; Nuti 2013), come ormai confermato anche da molta letteratura economica estera (Fatás and Summers 2017).

1.3 La difesa dell’austerità

Di tutt’altre vedute è il direttore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani (CPI), Carlo Cottarelli, per qualche giorno vicino alla Presidenza del Consiglio ed ex economista del Fondo Monetario. Secondo l’ex commissario alla spending review, gli sforzi dei governi italiani non sono stati sufficienti dal punto di vista del risanamento di bilancio. In un’intervista rilasciata al Il Sole 24 Ore ad Aprile di quest’anno l’economista affermò “L’Italia deve aumentare l’avanzo primario dall’attuale livello del 2% fino al 4%”.

L’ultimo studio uscito dall’Osservatorio CPI cerca di spiegare cosa sarebbe successo al debito pubblico italiano e al rapporto debito/PIL se non fosse stata messa in atto la stretta fiscale del 2012.  Questo interessante studio compie delle simulazioni sul valore del debito utilizzando valori diversi dei moltiplicatori keyesiani.

Il debito pubblico è aumentato di oltre 15 punti percentuali in 6 anni, passando dal 116,5% del PIL al 131,8% del 2017. Questo incremento avvenuto in un periodo di politiche fiscali restrittive, viene sbandierato dai critici dell’austerity come emblema dell’inefficacia delle pratiche di consolidamento fiscale. Però come sottolinea Osservatorio CPI (Gatteschi, 2018), dopo la stretta fiscale del 2012, la politica ha smesso di essere restrittiva e le successive riduzioni del deficit sono arrivate mediante una accomodante politica monetaria (Fig 1), lasciando però l’avanzo primario quasi inalterato (Fig 2).

Secondo Osservatorio CPI (Gatteschi, 2018) la stretta fiscale del 2012 pari al 2,4% del PIL ha impedito un aumento sconsiderato del rapporto debito/pil. Per dimostrarlo si compie una simulazione utilizzando per primi i moltiplicatori pubblicati dal Ministero dell’Economia e delle Finanze nella nota di aggiornamento al documento di economia e finanza (NADEF) del settembre 2017. Il risultato mostra che senza la restrizione fiscale operata dall’esecutivo Monti il rapporto debito/PIL sarebbe cresciuto più rapidamente di quanto osservato, arrivando oggi a sfiorare il 142% (Fig 3).

Tabella 1: moltiplicatori della spesa e delle entrate del MEF nella nota di aggiornamento al documento di economia e finanza (NADEF)

Altra domanda interessante che lo studio (Osservatorio CPI, Gatteschi,2018) si pone è “quanto avrebbero dovuto essere alti i moltiplicatori per evitare un maggiore aumento del rapporto tra debito e PIL di quanto osservato nella realtà?”. La simulazione rivela che per ottenere nel 2018 un rapporto intorno ai 131 punti percentuali (ovvero quello odierno), i moltiplicatori avrebbero dovuto essere quelli presenti nella Tabella 2.

Tabella 2: valori dei moltiplicatori che permetterebbero di mantenere nel 2018 il rapporto debito/pil uguale al 131% senza le misure restrittive del 2012

Questi valori sono 3 volte quelli diffusi dal MEF e utilizzati nella prima simulazione. Addirittura, per avere un effetto riduttivo sul rapporto debito/PIL con politiche di espansione fiscale servirebbero moltiplicatori ancora più alti (Tabella 3): 6 volte quelli del MEF.

Tabella 3: valori dei moltiplicatori che sarebbero serviti per mantenere il rapporto debito/pil uguale a quello del 2011: 116%.

Le conclusioni di questo studio sono destinate ad alimentare nuovamente la disputa tra sostenitori e detrattori dell’austerità in un periodo in cui il nostro Paese si appresta ad affrontare:

  1. la conclusione del Quantitative easing e quindi la riduzione definitiva dell’acquisto, da parte della BCE, dei nostri titoli di stato, con un conseguente possibile rialzo dei loro tassi.
  2. un possibile aggravio delle condizioni della fiscalità pubblica dovuto all’introduzione del regime di Flat tax (riduzione tassazione) e del reddito di cittadinanza (aumento spesa pubblica).

Ancora una volta il professor Cottarelli mette a disposizione del policy makers le sue analisi. Vedremo quali saranno le mosse del governo in proposito, visto però l’atteggiamento poco incline all’ascolto dei dati e dell’esperienza accademica, ci sembra poco credibile un loro rinsavimento.

 

Alesina, Ardagna, 1998, Tales of Fiscal Adjustment, Economic Policy 13(27): 489-585.

Alesina, Ardagna, 2010, Large Changes in Fiscal Policy: Taxes Versus Spending,

Alesina, Perotti, 1995, Budget Deficits and Budget Institutions, NBER Working Paper No. 15438

Alesina, Perotti 1997, Fiscal Adjustments in OECD Countries: Composition and Macroeconomic Effects

Blanchard, Leigh, 2013, Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers, NBER Working Paper No. 18779

Ciccone, R. (2012). Austerità, BCE  e il peggioramento dei conti pubblici, in Oltre l’austerità, MicroMega.

Cozzi, 2013, La crisi e i moltiplicatori fiscali, Moneta e Credito, vol. 66 n. 262 (2013), 131-153

Fatás, A., & Summers, L. H. (2017). The permanent effects of fiscal consolidations Journal of International Economics, online publication, December.

Giavazzi, Pagano, 1990, Can Severe Fiscal Contractions Be Expansionary? Tales of Two Small European Countries

Giavazzi, Pagano, 1996, Non-Keynesian Effects of Fiscal Policy Changes: International Evidence and the Swedish Experience, SWEDISH ECONOMIC POLICY REVIEW 3 (199G) 67-103

MEF (2017). Nota di aggiornamento al documento di Economia e Finanza

Meloni, Stirati, 2018, Austerità in Italia: i sacrifici alimentano il debito, Economia e politica

Nuti, D. M. (2013), Perverse Fiscal Consolidation. Sbilanciamoci. info, 11

Osservatorio CPI, Gatteschi, 2018, L’andamento del debito pubblico dopo la stretta fioscale del 2012, osservatoriocpi.unicatt.it

 

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