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Minibot e CCF: un dibattito aperto

In seguito alla pubblicazione dell’articolo “Minibot e CCF: due tipologie di moneta fiscale” (link: http://www.businesscycle.info/2018/06/10/minibot-e-ccf-due-tipologie-di-moneta-fiscale/) abbiamo ricevuto alcuni commenti che abbiamo ritenuto utili al dibattito sull’argomento e quindi abbiamo deciso di pubblicarli e provare a dare alcune risposte alle domande che ci venivano poste. In particolare il Gruppo per la Moneta Fiscale (GMF), che anima una proposta volta all’introduzione dei CCF, ha sollevato alcune perplessità sull’articolo in questione che hanno avviato un proficuo dibattito.

I punti su cui sono emerse delle discordanze rispetto all’articolo precedente sono essenzialmente i seguenti:

– Le caratteristiche dello strumento: secondo l’articolo i CCF al momento dell’emissione “costituiscono una vera e propria promessa di pagamento e quindi, sono di fatto un debito finanziario che grava sulle casse future” mentre GMF sostiene che, in quanto sconto fiscale da maturare alla scadenza dei due anni e non rimborsabile in Euro, esso non rientri nella definizione di debito contemplata da Eurostat e sia assimilabile ad un “Non-Payable Deferred Tax Credit”, inoltre possono al massimo essere contemplati come debito implicito, cioè “l’insieme degli impegni futuri, in valore attuale e a legislazione vigente, presi dallo Stato in termini di prestazioni pensionistiche, sociali e sanitarie al netto dei contributi”.

– Il valore dei CCF: il punto non era ben specificato nell’articolo ma si ipotizzava che potessero funzionare come una vera e propria moneta parallela priva di corso forzoso, quindi con tutti i problemi legati a questo tipo di moneta; di contro il GMF pensa alla possibilità di intervenire con una garanzia statale facendo sì che alla scadenza i CCF possano recuperare il valore dell’emissione.

– Implementazione di un circuito di moneta parallela: l’articolo non si pone questo problema ma GMF propone l’istituzione, tramite l’intervento di aziende a partecipazione statale tipo Eni, Enel, Ferrovie dello Stato, ecc., di un circuito parallelo legato alla nuova moneta che dovrebbe entrare in circolazione (similmente al Sardex).

– Efficacia espansiva della manovra: su questo punto l’articolo rimanda la questione empirica sul moltiplicatore a verifiche ulteriori, ma il GMF sostiene l’esistenza effettiva di un tale moltiplicatore in moltissimi studi post-crisi, nei quali si prendono in considerazione paesi in stagnazione.

In seguito a questo primo scambio di idee il dibattito è continuato, per cui riteniamo di dovere una risposta più completa al GMF. Seguendo punto per punto l’argomentazione precedente:

– Sul primo punto possiamo concordare, in particolare sul fatto che i CCF rientrino nella categoria Eurostat dei “Non-Payable Deferred Tax Credit”, cioè in una categoria di sgravi fiscali differiti che non prevedono esborsi monetari da parte dell’Amministrazione Pubblica. Sulla natura fiscale dello strumento, dunque, non credo ci siano altre cose da dire a parte il fatto che, alla scadenza del credito dopo due anni, essi diventino tagli di tasse e quindi, a parità di gettito, debito aggiuntivo.

Crediamo inoltre di dover sottolineare che nell’articolo era presente anche una sezione dedicata alla proposta dei Minibot e quanto detto in merito a tale strumento non abbia rilevato punti di perplessità o sollevato alcuna critica da parte del GMF.

– In merito al secondo punto in questione l’ulteriore dibattito ha permesso di chiarire che certamente la possibilità di considerare i CCF come debito implicito sia controversa alla luce del fatto che essi sono un impegno ma non un debito alla luce delle regole Eurostat, e che entreremmo in una questione legata a scelte di natura strettamente contabile che poco hanno a che fare con il nucleo della proposta. Anche la possibilità in sede Europea di considerare il debito implicito rispetto al debito esplicito rimanda a scelte di natura politica fatte precedentemente che, sebbene trovino anche riscontro nelle differenze di prezzo dei diversi debiti, di certo necessiterebbero un ampio consenso politico per essere modificate.

– Il terzo punto è oggetto di parziale discordanza nella misura in cui il GMF sostiene che il CCF sia stabile e garantito dallo Stato poiché funzionante come un CTZ1 con scadenza a due anni, con il valore dello sconto che sarà contenuto qualora dovesse essere scambiato sul mercato finanziario. Inoltre si sostiene che per evitare brutte sorprese si debba attivare Cassa Depositi e Prestiti per assicurare che lo sconto sia contenuto. Rispetto a questo punto possiamo concordare che lo strumento non sia stabile in sé ma necessiti di una garanzia statale: tuttavia, sempre a parità di gettito, questo potrebbe creare nel tempo passività crescenti dovute alla differenza tra il valore di emissione e il valore del titolo alla scadenza. La replica di GMF è che a fronte di questo possano essere messe in atto specifiche clausole di salvaguardia che rassicurerebbero gli investitori, traslando in avanti il rischio d’insolvenza.

Sempre su questo punto vorremmo rilevare anche che se, anche a causa di questa misura espansiva, l’inflazione dovesse aumentare e il titolo fosse scambiabile, chi avrebbe convenienza a comprare un titolo di valore “x” e vendere dopo un anno un titolo a “x- inflazione”. Crediamo che questo possa essere motivo di sfiducia nella scelta di optare per essere pagati con tali titolo, benché coperti garanzia statale.

– Un punto su cui c’è sostanziale disaccordo invece è il quarto, che riguarda la possibilità di istituire un circuito commerciale come base per una moneta parallela in stile Sardex. Vero è che, come scrive il GMF, l’istituzione di una struttura di questo tipo sarebbe facilitata dall’inserimento nel circuito di imprese a partecipazione statale quali Enel, Eni, Ferrovie ecc.: tuttavia l’obiezione principale riguarda il fatto che se questa nuova moneta non è accompagnata dal legal tender, essa potrà facilmente essere rifiutata dai fornitori o dai dipendenti di queste aziende i cui contratti sicuramente prevedono un pagamenti in Euro, riducendo la portata del circuito. Alla base del rifiuto potrebbe esserci il fatto che questo titolo, nella misura in cui la quotazione non dovesse rispecchiare il valore facciale, rischia di essere illiquido fino alla scadenza, bloccando questi fondi nelle aziende fino all’intervento della garanzia statale.

Inoltre, sempre riguardo l’applicazione pratica, quali sarebbero i criteri per decidere cosa pagare, o chi pagare, con CCF e chi invece pagare con Euro? Anche questa non ci sembra una scelta priva di conseguenze dal punto di vista giuridico.

– Un ultimo punto controverso riguarda la possibilità di avere un moltiplicatore che nel breve periodo di due anni restituisca quanto investito inizialmente. Il GMF oltre a sostenere che la letteratura post-crisi sia florida di esempi in cui, in periodi di stagnazione, il moltiplicatore sia maggiore di uno, pensa che l’Italia se confrontiamo la situazione attuale con quella del 2007, abbia un Pil reale minore di 100 miliardi di Euro, un tasso di disoccupazione circa doppio, un’esplosione di lavoro precario, le persone in povertà assoluta si siano all’incirca triplicate e ci sia stata un’emigrazione, specialmente di giovani, di grandi proporzioni. Tale situazione configurerebbe la crescita attuale come un piccolo recupero della situazione pre-crisi motivo per cui il GMF sostiene la necessità di una manovra fiscale espansiva che con un moltiplicatore superiore a uno in due anni possa far ripartire una crescita di lungo periodo senza gravare sul deficit pubblico. Le perplessità di chi scrive si fondano sul fatto che, negli undici anni trascorsi dalla crisi le emigrazioni e la disoccupazione persistente appaiano come segnali della perdita di capacità produttiva e che quel “traguardo” del 2007 è basato su presupposti diversi rispetto alla situazione attuale. Con la crisi si sono perse tante aziende, soprattutto piccole e micro, che godevano dello zombie-lending di un sistema bancario fragile. In particolare sul tema moltiplicatore ci sono pubblicazioni anche abbastanza recenti, come questa del FMI (http://www.imf.org/en/News/Articles/2015/09/28/04/53/sores093014a), che mette in luce come almeno nel settore delle infrastrutture il raggiungimento di un moltiplicatore di 1,5 nei paesi avanzati si ha dopo quattro anni dall’intervento, peraltro evidenziando i molteplici caveat da considerare. Uno su tutti è la scarsa efficienza negli investimenti pubblici, che rischia di rendere l’investimento sostanzialmente inutile azzerando il moltiplicatore. Inoltre un recente contributo di Giampaolo Galli e Carlo Cottarelli (https://www.facebook.com/notes/osservatorio-sui-conti-pubblici-italiani-carlo-cottarelli/pu%C3%B2-un-aumento-della-spesa-pubblica-portare-a-una-riduzione-del-deficit-pubblico/431675767327879/) dell’Osservatorio dei Conti Pubblici, chiarisce come un aumento della spesa pubblica non possa portare ad un diminuzione del debito pubblico.

In aggiunta a questo l’esperienza californiana (l’ultima nel 2009), sebbene con strumenti parzialmente differenti rispetto a quelli proposti dal GMF, ci ha dimostrato che tale strumento non ha avuto un impatto significativo nel risolvere crisi di finanziamento da parte del Governo di quel territorio.

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