Business Cycle

"Sapere Aude"

Pillole

Produttività totale dei fattori

Il tema della crescita economica e del suo sviluppo è stato oggetto di un particolare interesse, soprattutto in relazione alla globalizzazione dei mercati finanziari. Un aspetto importante da prendere in considerazione è che ogni paese cresce con tempi e ritmi diversi. È chiaro che la posizione di partenza, così come le dotazioni fattoriali iniziali, giocano un ruolo fondamentale nello sviluppo futuro di un sistema economico e determina diverse applicazioni delle teorie economiche. In particolare, la crescita economica è riconducibile alla capacità del sistema di produrre beni e servizi, quindi, di creare occupazione e sviluppo. Il benessere di una nazione, allora, viene considerato in ragione della sua produttività, che significa considerarlo in funzione dei beni e servizi prodotti in unità di tempo. Tale considerazione comporta che un aumento della produttività generi un aumento degli standard di vita. Statisticamente la produttività è intesa come un indice di misura che correli i fattori produttivi, utilizzati nel processo di produzione, con il prodotto di tale processo. In un’economia moderna la produzione è determinata in parte dagli input primari (capitale e lavoro) e in parte da un altro parametro (A) definito come la Total Factor Productivity, espressa nella seguente funzione di produzione:

Il parametro A, o TFP, indica lo stato tecnologico del sistema economico e, quindi, il contributo di tale progresso tecnico alla crescita economica. Per questo motivo può essere considerata una misura del grado di sviluppo, di efficienza, di innovazione tecnologica e organizzativa degli input primari, che considera la crescita del prodotto interno lordo in funzione del progresso tecnico. Grazie al contributo dell’economista Robert Solow, la TFP viene messa in relazione alla funzione di produzione. Il progresso tecnico, di cui parla Solow nel suo modello è da considerarsi Hicks-neutrale, ovvero caratterizzato dall’invarianza del saggio marginale di sostituzione tra capitale e lavoro. In base a questa ipotesi, la funzione di produzione iniziale Y = f (K, L) diviene Y = A × (K)ˆα × (L)ˆβ , di cui gli esponenti α e β indicano le quote di capitale e lavoro impiegate e sono strettamente positive. Questa funzione di produzione descrive la possibilità di scomporre la dinamica degli output nei contributi derivanti dai fattori produttivi primari e dalla componente definita TFP. Sin dai primi studi in relazione all’aumento della produzione, il modello di Solow mise in luce che la componente fondamentale della crescita è riconducibile al residuo, o TFP, il quale rappresenta la parte della crescita economica non spiegata dall’aumento del lavoro e dell’intensità fattoriale. Le componenti di sviluppo contenute in A sono essenzialmente l’innovazione, la tecnologia, l’organizzazione e il diverso impiego degli input che hanno lo scopo di massimizzare la loro efficienza nell’utilizzo.

È possibile determinare il valore di Y, K, L, α e β ma non è possibile determinare A se non in modo residuale, da questo discende la definizione di residuo di Solow.

Le ipotesi alla base del modello di Solow sono:

1. Mercato di concorrenza perfetta e rendimenti costanti. Tali ipotesi determina una funzione di produzione di tipo Cobb-Douglas:  Y = A × (K)ˆα × (L)ˆβ.

2. Possibilità di scegliere tra diverse combinazioni degli input (K, L) che spingerà gli imprenditori ad operare una sostituzione tra i fattori, al fine di raggiungere una combinazione che garantisca il minimo costo.

Come calcolare la TFP? Tenendo conto degli assunti del modello neoclassico, sappiamo che una parte della crescita economica è da imputare alla variazione nell’utilizzo di capitale e lavoro che tuttavia non cambia il loro rapporto e che tale impiego dei due fattori è legato al loro prezzo (r, w). Il residuo di Solow è normalmente utilizzato proprio per calcolare gli shock produttivi dovuti ad aumenti di produttività che trovano causa nel progresso tecnologico. Pertanto, la TFP cattura gli effetti non tangibili del miglioramento nell’efficienza e nella qualità del processo produttivo. Per studiare tale residuo, considerato come la differenza tra output e somma ponderata dei fattori produttivi, si utilizza una funzione di tipo Cobb-Douglas con rendimenti di scala costanti e sotto l’ipotesi di concorrenza perfetta, in modo che la TFP possa essere calcolata sottraendo dal tasso di crescita del valore aggiunto i tassi di crescita del capitale e del lavoro ponderati con la corrispondente quota di remunerazione. All’inizio degli anni Ottanta si è affermato un nuovo indice di misura in riferimento alla TFP denominato Multifactor Productivity, il quale è misurato come un indice con tassi di crescita annuali.

Lo sviluppo della produttività in un sistema economico rappresenta un importante fattore per la realizzazione di un’economia più competitiva. L’economista Paul Krugman afferma: “La produttività non è tutto ma, nel lungo periodo, in relazione alla prosperità e competitività economica, è quasi tutto”. Alcuni studi hanno, infatti, dimostrato che esiste una correlazione positiva tra l’andamento della TFP e quello della produttività lavorativa, per questo, nella dinamica produttiva non sono da trascurare le dinamiche del mercato del lavoro. Il rallentamento della produttività lavorativa è, infatti, legato alla riduzione della tassazione e della regolamentazione del mercato. L’Europa, rispetto gli USA, possiede una produttività meno dinamica non solo per effetto delle nuove tecnologie, che influenzano direttamente la TFP, ma anche come conseguenza delle riforme del mercato del lavoro. Questa analisi comparata tra USA ed Europa mostra come i primi abbiano manifestato livelli nettamente superiori in termini di variazione della produttività del lavoro e della TFP rispetto al Vecchio Continente. Tutto questo è avvenuto grazie al giusto impiego delle materie prime, alla presenza di economie di scala e allo sfruttamento delle grandi innovazioni nel processo produttivo. Per questa ragione, per tutto il XX secolo, gli Stati Uniti sono stati considerati il paese leader in termini di prodotto pro capite; di conseguenza è implicita la convinzione che vi sia una correlazione positiva tra crescita della produttività e le diverse misure di innovazione tecnologica. Nuovi investimenti e nuove tecnologie hanno determinato guadagni di produttività e crescita economica per l’intero sistema statunitense. Da questo punto di vista è utile analizzare l’andamento della TFP, oltre che della produttività del lavoro, ai fini di comprendere le sostanziali cause sottostante il divario della produttività nelle due diverse economiche. La causa principale di tale divario resta comunque il diverso investimento nelle nuove tecnologie ICT (Information and Communication Technology). Tale affermazione trova conferma nella distanza tra i due dati statistici: la spesa in tecnologie nel 2007 è stata del 6,3% del PIL in Europa contro il 7,8% negli USA. Le imprese che spendono in misura maggiore le proprie risorse nella ricerca e nello sviluppo possiedono tassi di crescita della TFP maggiori. Perciò nel confronto tra i due sistemi, quello statunitense e quello europeo, la TFP rappresenta nel lungo periodo il vero fattore di crescita. Essa è stata un fattore di crescita altrettanto importante per la Cina che a partire dagli anni Ottanta ha registrato sia un contributo diretto che uno indiretto rispetto alla TFP, dovuto dall’accumulazione di capitale.  I dati degli anni ‘90 mostrano un tasso medio di crescita annuale del 3.11 %, influenzato dalla riorganizzazione della manodopera avvenuta grazie a specifiche riforme (Figura1).

Figura 1: Confronto tra le variazioni percentuali della TFP per Stati Uniti e Cina.

La stagnazione produttiva europea è particolarmente accentuata con riferimento al caso italiano. Il rallentamento della produttività è fra gli aspetti più problematici per l’economia italiana poiché, da una parte si riscontra una contrazione dei redditi degli italiani e dall’altra si assiste ad un ridimensionamento del paese nel contesto internazionale, nonché europeo. Diversamente altri paesi europei, principalmente Regno Unito e Germania, hanno accresciuto la propria produttività rispettivamente dello 0.9% e dello 0.8% nel periodo tra il 2000 e il 2008 mentre, nello stesso lasso di tempo, l’Italia registra una riduzione della produttività dello 0.2 % in media ogni anno. Inoltre, considerando il reddito pro capite, che meglio approssima la ricchezza di un sistema economico, a partire dal 2000 l’Italia continua a registrare un valore nettamente inferiore rispetto alle altre economie europee. In questo periodo, il paese mediterraneo fa registrare una riduzione progressiva nel contributo della TFP alla crescita economica che arriva a spiegare solo il 20 % del PIL di pieno impiego. In particolare, la TFP è diminuita ad un tasso annuo dello 0.7% tra il 1995 e il 2005 (figura 2).

Figura 2: A partire dagli anni 2000 il contributo della TFP alla crescita economica in Italia è declinato con un tasso annuo dello 0.7%.

Come già detto precedentemente la TFP è spesso interpretata come un indicatore del modo in cui vengono impiegati i fattori di produzione: questo ci porta a considerare un aumento della TPF come un miglioramento del modo in cui sono impiegate le risorse disponibili. D’altra parte, l’inefficiente utilizzo dei fattori produttivi determina un costo sociale in relazione alla mancata produzione potenziale. L’insoddisfacente performance italiana è da attribuire anche al contesto politico economico in cui le imprese operano: l’inefficienza dell’apparato pubblico, la qualità delle infrastrutture e la bassa propensione all’innovazione. Confrontando i dati italiani con quelli di altri paesi europei (figura3), è possibile notare che prima della crisi internazionale 2007-2008 la crescita della TFP era mediamente positiva in Germania e Regno Unito, dove si è registrato il più alto tasso di crescita, poco più dell’1% annuo. Tuttavia, nel periodo successivo, anche questi paesi hanno registrato un deterioramento della TFP: lo stesso Regno Unito ha registrato nel periodo 2008-2010 un tasso di crescita negativo prossimo all’1%. È possibile considerare il caso dell’Italia e della Spagna che diversamente registrano un tasso di crescita negativo già prima dello scoppio della crisi internazionale e peggiorato ulteriormente durante la crisi. Nell’ultimo periodo 2011-2014, la crescita della TFP diviene positiva in quasi tutti i paesi ad eccezione dell’Italia, la cui crescita rimane debole.

Figura 3: Confronto della TFP tra Regno Unito, Germania, Italia e Spagna (1990-2014).

In particolar modo, lo stallo dell’economia italiana è evidente se si considerano i numeri indice che sono particolarmente adatti a confrontare le variazioni che si hanno negli stessi periodi temporali (figura 4) si può riscontrare come agli inizi degli anni ‘70 l’andamento della produttività italiana era molto simile a quella inglese, tedesca o francese e fino alla fine del decennio successivo il processo di catch-up ha portato i paesi europei a raggiungere livelli produttivi vicini a quelli statunitensi. Solo negli anni successivi è iniziato un lento declino che ha interessato principalmente il nostro paese. Alla base del deterioramento della produttività vi sono diversi fattori: la riduzione degli investimenti di capitale umano e di capitale fisso con riferimento al progresso tecnologico ed organizzativo. L’Italia, infatti, è situata su livelli piuttosto bassi per quanto riguarda il primo aspetto: il livello dell’istruzione. Si è registrato nel 2014 in Italia una quota di laureati del 17% della popolazione contro il 32% della Francia e il 27% della Germania. Il compito dell’istruzione è quello di fornire migliori competenze alla futura forza lavoro; nonostante ciò i giovani italiani risultano meno preparati dei loro coetanei inglesi, tedeschi o francesi.

Figura 4: Numeri indice. La figura illustra la variazione percentuale della TFP a partire dal 1970 in Italia, Regno Unito, Francia e Germania.

Un secondo aspetto riguarda il “capital deepening”, ovvero la crescita di capitale per lavoratore, che in Italia risulta a livelli non ottimali. Negli anni tra il 1995 e il 2014 gli investimenti ICT, fondamentali per l’aumento nel lungo periodo della produttività, sono cresciuti in misura inferiore rispetto le economie degli altri paesi europei e con un ulteriore peggioramento a seguito della crisi internazionale. È, infatti, l’innovazione che permette di aumentare la quantità o la qualità dei prodotti. Come abbiamo considerato precedentemente l’innovazione rappresenta una variabile nascosta di difficile misurazione. Tuttavia, la ricerca empirica ha dimostrato che l’Italia nel periodo tra il 1995-2014 ha avuto una decrescita della TFP pari allo 0.2% annuale, mentre Francia e Germania registrano una crescita rispettivamente dello 0.6% e 0.8 %. La difficile situazione italiana è da collegare anche alla mancanza di riforme incisive in riferimento allo sviluppo del capitale umano, all’istruzione, agli investimenti ICT e dell’innovazione tecnologica. In questo scenario la politica economica ha davanti un nuovo obiettivo per il benessere economico del paese: la crescita produttiva, la quale rappresenta il vero fondamento dello sviluppo economico. Da questo la necessità di analizzare i fattori di debolezza che ostacolano tale sviluppo, identificando ed applicando politiche che potrebbero garantirne il superamento.

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