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Accise sulla benzina, guerra in Etiopia e altre leggende metropolitane

Il problema delle accise sulla benzina è un tòpos politico estremamente diffuso in Italia, che riaffiora di tanto in tanto nelle campagne elettorali e nelle lamentele dei cittadini. L’adagio va più o meno così: in Italia esistono accise sulla benzina risalenti alla guerra in Etiopia o al terremoto dell’Irpinia, che vanno tolte al fine di permettere agli italiani di acquistare carburante a un prezzo più giusto. Cerchiamo di analizzare questa proposizione – nel senso etimologico di “scindere in elementi” – per riuscire a comprendere cosa c’è di vero.

Prima di tutto, definiamo il concetto di accisa. Un’accisa è una tassa imposta sulla fabbricazione e la vendita di prodotti di consumo: in Italia, ad oggi, le accise sulla benzina ammontano a 72,84 centesimi al litro[1], ovvero il 43,9% del prezzo (tenendo presente il dato del Ministero dello Sviluppo Economico per ottobre 2018).

 

Mese Prezzo Industriale Iva Accisa Prezzo al consumo
Gennaio 0.557 0.283 0.728 1.569
Febbraio 0.549 0.281 0.728 1.558
Marzo 0.540 0.279 0.728 1.548
Aprile 0.558 0.283 0.728 1.570
Maggio 0.600 0.292 0.728 1.621
Giugno 0.617 0.296 0.728 1.642
Luglio 0.608 0.294 0.728 1.630
Agosto 0.607 0.294 0.728 1.630
Settembre 0.618 0.296 0.728 1.642
Ottobre 0.631 0.299 0.728 1.659

Tabella 1: composizione del prezzo della benzina.  Fonte: Ministero dello Sviluppo Economico.

Dunque, tolto il 44% circa di accise e il 18% di IVA, il prezzo industriale della benzina oscilla fra il 35% e il 38% del prezzo pagato dai consumatori. Rovesciando la prospettiva, possiamo dire che la benzina è di fatto tassata più del 60%.

Ora, che le tasse sulla benzina siano un fattore centrale nella forte spesa in carburante da parte degli italiani sia in termini individuali (circa 800 euro[2]) che di massa (circa 53,6 miliardi nel 2017[3]), ci sembra un fatto abbastanza pacifico. Così come è fuor di dubbio che la forte tassazione rende la nostra benzina una delle più care in Europa, nonostante prezzi di base (e cioè senza tasse) abbastanza in linea con quelli di altri paesi[4].

A questo punto, è vero che paghiamo ancora accise per ripagare guerre ed eventi risalenti a quasi un secolo fa? In sintesi, ni. E’ vero che le accise sono state spesso aumentate per far fronte a emergenze, dal disastro del Vajont del 1963 ai terremoti dell’Emilia nel 2012, ed è vero anche che solo nel 1995, con un decreto del Governo Dini, questi aumenti temporanei ed emergenziali sono stati resi “strutturali” (così come è stato fatto in seguito per le accise imposte fra il 1995 e il 2012). Un aumento di tasse reso “strutturale” non è altro che la cristallizzazione di un aumento di tasse già imposto alla società: se imporre una tassa è politicamente costoso e abbassarle è gravoso per le casse statali (cosa di cui purtroppo ci si tende ad accorgere solo a campagna elettorale finita, tuttavia), mantenerle allo stesso livello è spesso la soluzione più prudente.

In altre parole, il carburante è molto costoso in Italia per via delle tasse, e le tasse sono particolarmente alte non perché lo stato ci abbia con dolo imposto dei balzelli finalizzati a pagare gli arretrati di crisi passate, ma semplicemente perché delle tasse ufficialmente temporanee non sono mai state tolte e sono state poi rese permanenti.  Solo di accise sulla benzina, lo stato ha ricavato nel 2017 quasi 27 miliardi[5], un reddito relativamente “sicuro”, perché la benzina è un bene dalla domanda particolarmente inelastica, ovvero la cui domanda non varia significativamente al variare del prezzo [6].  Se il prezzo della benzina aumenta per via delle tasse, la domanda non calerà particolarmente, permettendo al gettito fiscale di aumentare (cosa che non accade per beni la cui domanda è più volatile, che sono rischiosi da tassare perché il calo della domanda potrebbe addirittura vanificare gli effetti derivanti dall’aumento stesso della tassa).

La benzina è dunque facile da tassare, ed è tassata a maggior ragione in Italia, dove la tassazione è particolarmente forte in generale. Esiste tuttavia un’ulteriore spiegazione – affatto secondaria – che spiega il perché uno Stato tassi i carburanti in modo così pesante (specie in Europa): il contrasto alle esternalità negative del consumo di carburante, ovvero l’inquinamento. Una diminuzione delle tasse non solo aggraverebbe i conti statali, ma incentiverebbe il consumo di carburante, causando ulteriori costi diretti (in termini di inquinamento) e indiretti (ad esempio, in termini politici). Le accise e l’IVA agiscono di fatto come imposte pigouviane sul consumo di carburante, diminuendo la domanda e limitando di conseguenza l’inquinamento.

Poco importa dunque quale fosse la ragione originaria di una data accisa: le tasse sulla benzina convengono (allo stato) e servono (all’ambiente), e difficilmente assisteremo a diminuzioni significative di prezzo.

 


 

[1]https://www.adm.gov.it/portale/documents/20182/889198/Aliquote+nazionali.++Aggiorn.+al+1+gennaio+2017.pdf/845c4825-b965-4244-84bc-7f47347cdc8a

[2] https://www.repubblica.it/economia/rapporti/osserva-italia/mercati/2018/03/07/news/auto_mia_quanto_mi_costi_oltre_1_500_euro_all_anno-190583924/

[3] https://www.centrostudipromotor.it/nel-2017-la-spesa-alla-pompa-degli-italiani-per-benzina-e-gasolio-auto-sara-di-536-miliardi-6/

[4] https://www.corriere.it/economia/cards/benzina-pieno-100-euro-perche-italia-quasi-piu-cara-mondo/confronto-europa-senza-tasse-italia-quinta.shtml

[5] https://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-09-11/in-manovra-primo-taglio-accise-benzina-ecco-quanto-costa-ogni-cent-134108.shtml?uuid=AEpJZZqF

[6] Havranek, T., Kokes, O., 2015. Income of elasticity of gasoline demand: a meta-analysis. Energy Economics 47:77-86

 

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