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Crisi Valutarie. Dalle Tigri Asiatiche all’America Latina

Con il termine crisi valutaria generalmente ci riferiamo ad un attacco speculativo alla valuta che consiste in un persistente e forte calo del suo valore, oppure, lo stesso termine può riferirsi ad una situazione in cui vi è una forte incertezza in riferimento alla capacità della Banca Centrale di mantenere il tasso di cambio fisso con altre valute. Bisogna notare che, molte volte, le crisi finanziarie si sovrappongono. Ciò è particolarmente vero per la crisi del 1997-1998 del sud-est asiatico.

Nel proseguio della trattazione proviamo a comprendere (1) quali sono le use sottostanti una crisi valutaria, e (2) quali sono i legami tra le crisi valutarie e la politica monetaria del paese di riferimento.

Consideriamo il primo aspetto:

  • Eccessivo indebitamento della finanza pubblica: in mancanza di tagli alla spesa, lo Stato garantisce la copertura delle fonti finanziarie mediante un suo indebitamento sul mercato internazionale. La mancanza di solidità economica può essere un aspetto determinante nello sviluppo di crisi finanziarie di ampia portata.
  • Incapacità della politica monetaria di difendere adeguatamente il tasso di cambio da attacchi speculativi. Ciò che spesso determina le crisi è l’azione coordinata degli agenti economici sul mercato dei tassi di cambio, i quali, prospettando una svalutazione monetaria, vendono congiuntamente valuta nazionale. In questo caso la Banca Centrale è chiamata a fronteggiare la crescente domanda di valuta estera vendendo le riserve straniere o svalutando il tasso di cambio.

Molte economie dei PVS hanno cercato di garantire stabilità alle proprie monete agganciandole a quelle di altri paesi, tuttavia, in molti casi tali sistemi sono crollati proprio a causa dell’esaurimento delle riserve valutarie estere. Si noti che l’obiettivo per il quale fu introdotto questo sistema fu il tentativo di assicurare una stabilizzazione di alcuni importanti indicatori macroeconomici. Pertanto, un paese che ancora la propria valuta a quella di un paese con una buona solidità economica, nella pratica ne adotta la politica monetaria e acquista così una maggiore credibilità sul mercato internazionale.

Il secondo aspetto si riferisce al legame delle crisi valutarie con le politiche monetarie dei paesi coinvolti. In effetti le crisi verificatesi nel ’94-’95 nell’America Latina e quella Asiatica nel ’97-’98 hanno messo a dura prova il cosiddetto trilemma della politica monetaria. In economia tale teorema indica l’impossibilità di una coesistenza dei seguenti tre aspetti: (1) perfetta mobilità dei capitali, (2) regime di cambi fissi e (3) politica monetaria indipendente. È chiaro che quando vi è un’ampia mobilità dei capitali, così come esiste nelle nostre società in misura sempre più piena grazie alla maggiore integrazione finanziaria, se un Paese fissa un tasso di cambio alto con un paese estero determina una sopravvalutazione della sua moneta una notevole limitazione per la Banca Centrale di perseguire una politica monetaria indipendente.

Nella considerazione seguente si tenga a mente un aspetto fondamentale: Il deprezzamento della valuta può determinare un tasso di cambio più competitivo, garantendo un iniziale miglioramento della bilancia commerciale. Tuttavia, bisogna notare che questo deprezzamento può avere anche effetti negativi poiché determina un aumento del costo del debito pubblico e una contrazione del prodotto interno lordo legata al forte calo degli investimenti dal lato delle imprese; logicamente questa contrazione si riversa sul mercato del lavoro determinando un aumento del tasso di disoccupazione.

LE CRISI VALUTARIE

  • Crisi dell’America Latina (Messico e Argentina)

La crisi messicana del 1994 si diffuse in tutta l’America Latina a causa della svalutazione del peso di circa il 100% nel giro di pochi mesi e causò una delle recessioni più aspre del XX secolo.  Inizialmente tanto l’Argentina quanto il Messico avevano ancorato la propria moneta al dollaro, determinando una sopravvalutazione della moneta che causò un notevole rallentamento dello sviluppo economico e una grande perdita in termini reali. Ciò influenzò una crescente necessità di realizzare una svalutazione per favorire l’aumento delle esportazioni e un miglioramento della bilancia dei pagamenti, pertanto, il Messico decise di svalutare la propria moneta, con la convinzione che questo comportamento avrebbe avuto effetti benefici simili a quelli avvenuti nel ’92 per l’economia italiana e inglese. Quest’ultime riuscirono, avvalendosi della svalutazione e dell’abbandono del Sistema Monetario Europeo (SME), a trasformare la recessione in crescita economica. Sfortunatamente medesima sorte non spettò all’America Latina: la scelta del Governo messicano di effettuare una ridotta svalutazione contribuì ad alimentare la convinzione che ciò rappresentasse l’inizio di un processo svalutativo ben più ampio e spinse molti investitori, dubbiosi della solidità dell’economia messicana, a ritirare i propri investimenti. Pertanto, nella pratica il principale effetto della manovra governativa fu quello di contrarre il prodotto interno lordo di circa 6 punti percentuali tra il ’94-’95 (Figura 1).

Figura 1: Illustra la contrazione del PIL messicano di ben 6 punti percentuali negli anni ’94-’95; chiara conseguenza della scelta del governo di adottare come manovra di politica economica una svalutazione competitiva.

Come precedentemente accennato, nel giro di poco tempo la crisi si propagò anche ad altri Paesi limitrofi. L’Argentina, infatti, già nel 1989 aveva affrontato una difficile fase di iperinflazione (figura 2), fenomeno che aveva determinato l’introduzione di una riforma del sistema creditizio allo scopo di frenare il processo inflazionistico introducendo un sistema monetario definito currency board. Tale sistema è inteso come istituto alternativo della Banca Centrale; esso stampa moneta con una copertura integrale data dalle riserve internazionali, le quali costituiscono moneta di riserva. Di conseguenza, la moneta che viene emessa è convertibile in valuta estera ad un tasso di cambio fisso. È da notare che il sistema del currency board presenta alcuni importanti vantaggi: in primo luogo, il legame esistente tra moneta emessa in circolazione e riserve di valute estere garantisce che una riduzione delle valute internazionali sia accompagnata da un eguale riduzione della base monetaria e coerentemente questo rende più difficile il manifestarsi di attacchi speculativi. In secondo luogo, l’ancoraggio della valuta nazionale ad un tasso di cambio prestabilito con una valuta di un paese straniero, che ha dato prova di possedere un’economia stabile, garantisce una convergenza del tasso di inflazione, così come del tasso di interesse, con quelli del paese di riferimento. Eppure, tale sistema presenta anche degli svantaggi non indifferenti come un’eccessiva sopravvalutazione del tasso di cambio e la limitazione di alcune funzioni operate dalle Banche Centrali, ad esempio nel loro ruolo di prestatore di ultima istanza. Pertanto, nonostante il tentativo di creare un sistema che garantisse la stabilità monetaria, il risultato finale fu che le regole stringenti determinarono un disastroso crollo. L’attacco speculativo che si verificò in Argentina fu molto simile a quanto accaduto, qualche anno prima, nel Messico: gli investitori iniziarono a dubitare della capacità del sistema bancario di fronteggiare le crescenti richieste della clientela di una conversione del peso in dollari, ciò che alimentò ulteriormente le richieste e generò una vera e propria “corsa agli sportelli”. In virtù della struttura di questo sistema appare chiaro allora che l’Argentina per stampare nuovi pesos, da utilizzare per assistere le proprie banche, necessitava di dollari al fine di impedirne l’imminente collasso; allo stesso modo i dollari erano necessari per il Messico allo scopo di risollevarsi dal fallimento delle molte imprese. Grazie alla volontà degli USA che predisposero finanziamenti mediante il fondo ESP (Exchange Stabilization Fund), così come grazie anche ai fondi stanziati dalla Banca Mondiale, il Messico e l’Argentina furono salvate, operazione che tuttavia non impedì il verificarsi di una pesante recessione economica.

Figura 2: Sul finire degli anni ’80 l’Argentina sperimentò un processo di iperinflazione che influenzò la scelta del governo di introdurre il currency board come sistema monetario.

 

  • La crisi Asiatica

Per l’economia asiatica gli anni precedenti alla crisi valutaria del ’97, nello specifico il periodo compreso tra gli anni ’60 e gli anni ’90, sono generalmente ricordati con l’espressione “il miracolo delle tigri asiatiche”. Ciò ben descrive un’improvvisa crescita economica del 6% in riferimento al PIL pro-capite, risultato ben più importante di quello raggiunto da altri  paesi occidentali negli stessi anni. Un fattore di notevole debolezza era, tuttavia, il legame tra le valute nazionali e il dollaro; ciò determinò una riduzione delle esportazioni a causa dell’apprezzamento di quest’ultimo a metà degli anni ’90. La crisi si manifestò inizialmente a seguito della scelta della Banca Centrale tailandese di svalutare il Baht, decisione che chiaramente causò il crollo del sistema tailandese e diede vita a fenomeni simili nei luoghi limitrofi. Senza dubbio l’integrazione delle economie dei diversi territori asiatici fu un elemento che contribuì alla diffusione della crisi attraverso una serie di contagi che colpirono Malesia, Indonesia e Sud Corea. Aspetto decisivo fu anche la convinzione che questi altri paesi avrebbero potuto procedere con una svalutazione competitiva della moneta al fine di proteggersi dalla riduzione del prezzo delle importazioni, come già tentato dalla stessa Tailandia. Alcuni casi emblematici di questi eventi sono sicuramente quello della Corea del Sud, che verso la fine del ’97 registrò una svalutazione del Won del 40% rispetto al dollaro, e quello della Tailandia, nella quale già verso la fine del ’96 si assistette ad un continuo deterioramento dei titoli azionari con una perdita dell’indice della Borsa di Bangkok del 50%, unito a quella di Seul che perse il 40% (figura 3).

Figura 3: Titoli di investimento per alcuni paesi membri dell’ASEAN (Malesia, Indonesia, Tailandia) e del Sud Corea. Dalla figura si riscontra la caduta dei titoli azionari dei paesi asiatici negli anni della crisi finanziaria e valutaria del ’97 con particolare riferimento al drastico crollo dei titoli indonesiani.

Con queste premesse era chiara la necessità dell’intervento del Fondo Monetario Internazionale allo scopo di ripristinare la fiducia del mercato. Sin dal 1996 furono stabiliti prestiti condizionati alla realizzazione di riforme strutturali che prevedevano:

  • tagli alla spesa pubblica;
  • politiche monetarie restrittive con un adeguato innalzamento dei tassi di interesse;
  • abbandono dei sistemi dei tassi di cambio fissi e ristrutturazione del sistema bancario e creditizio.

Bisogna notare, inoltre, che le continue revisioni al Fondo Monetario Internazionale possono intuitivamente indicare una difficoltà di quest’ultimo nell’adattarsi continuamente agli ulteriori sviluppi della crisi economica. Ciò sembra segnare un’arduità del FMI di attuare interventi volti a favorire un accrescimento del benessere economico per i paesi in via di sviluppo.

In conclusione, nonostante le diversità di ogni sistema economico, e perciò la diversa manifestazione delle differenti crisi, è possibile rintracciare degli elementi comuni:

  • Solitamente questo fenomeno si è manifestato nei cosiddetti paesi in via di sviluppo. Essi hanno attratto una gran quantità di capitali negli anni precedenti le crisi finanziarie dando vita a vere e proprie ”bolle speculative”.
  • Molte spesso le crisi finanziarie hanno coinvolto le banche commerciali, responsabili di non aver adeguatamente sottoposto ad analisi i soggetti finanziati.
  • In molti casi le crisi si sono manifestate in paesi che avevano ancorato la propria moneta a valute estere, costringendoli ad un repentino abbandono del sistema monetario di cambi fissi in virtù dell’incapacità di mantenere il tasso di cambio prestabilito.

È facile comprende come gli eventi disastrosi provocati dalle crisi finanziarie e valutarie abbiano incoraggiato le istituzioni internazionali a sviluppare sistemi e metodologie statistiche capaci di valutare e monitorare le condizioni finanziarie dei mercati.

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