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La Brexit: l’impatto sui consumatori

Brexit, deal or no deal concept. United Kingdom and European Union flags on dice, black background. 3d illustration

Dopo quasi quattro anni dal referendum britannico sulla Brexit, il 31 Gennaio 2020 il Regno Unito ha lasciato l’Unione europea e la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom). Le modalità del ritiro sono disciplinate dall’Accordo di recesso (Withdrawal Agreement Act), che regola le pendenze sul dare e avere delle due parti relativamente a tutti gli impegni reciproci pregressi. Tale accordo è entrato in vigore l’1 Febbraio 2020 e prevede un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2020, durante il quale le norme e i regolamenti dell’Unione continueranno a valere anche per il Regno Unito.1
In questa fase di incertezza sono molti i dubbi dei consumatori e delle imprese. Altroconsumo ha provato a fare luce sui possibili effetti per i consumatori. In generale, ricorda l’associazione dei consumatori, la Commissione europea ha creato il servizio Europe Direct.2 In diversa misura riguarda tutti: aziende, professionisti, studenti, semplici cittadini. Dopo il periodo di transizione, nel Regno Unito non si applicherà più la libera circolazione delle persone. Ciò vuol dire che gli europei non potranno più andare a vivere liberamente nel Regno Unito come hanno fatto finora, si tornerà a un meccanismo di visti simile a quello degli Stati Uniti. Per i viaggi, si torna al passato: gli europei potranno entrare nel Regno Unito solo col passaporto.
Viaggiare e studiare in Inghilterra diventerà più costoso. Dopo la Brexit ci vorrà il passaporto, costo 116 euro, mentre oggi basta la carta d’identità. Diventerà più caro l’uso del telefonino: il roaming gratuito vale solo nei Paesi Ue. Più care le tasse universitarie. Dai dati Miur Il 42% degli studenti italiani che mira ad atenei stranieri sceglie la Gran Bretagna. L’anno prossimo finirà il regime che concede agli studenti europei di pagare una retta non superiore a 9.250 sterline l’anno. Lo studente italiano quindi pagherà come quello che viene da Tokyo, Pechino o Bangkok: 20.000 sterline annue per una triennale. Anche lavorare in Gran Bretagna sarà più complicato.3
Molte incertezze anche per gli acquisti online. «Se il negozio online con sede nel Regno Unito indirizza la propria offerta esplicitamente ai consumatori dell’Ue, ad esempio rendendo il sito web disponibile in italiano, i diritti dei consumatori dell’Ue (come la garanzia legale sui beni di consumo e il diritto di recesso di 14 giorni) sono comunque applicabili, anche dopo il periodo di transizione. Resta tuttavia aperta la questione se sarà effettivamente possibile far valere questi diritti in caso di reclamo. Inoltre, a partire dal 2021, gli acquisti online potranno essere soggetti a tasse, dazi doganali e tempi di consegna più lunghi. Se invece si compra in negozio nel Regno Unito, si applica la legge britannica. A partire dal 2021 c’è il rischio di pagare tasse aggiuntive e dazi doganali al rientro della Ue. E in caso di controversia, la competenza è dei tribunali britannici.
L’Unione intende stabilire un accordo di libero scambio con il Regno Unito che garantisca l’applicazione di tariffe e quote zero negli scambi di merci. L’accordo dovrebbe poi prevedere dialogo e scambi in settori di interesse comune, al fine di individuare opportunità di cooperazione, condividere le migliori pratiche e competenze e agire insieme anche in settori quali cultura, istruzione, scienza e innovazione, turismo o statistica. Secondo i nuovi profili tariffari rilasciati negli scorsi giorni dal dipartimento per il commercio internazionale britannico, 30 miliardi di importazioni da Germania, Francia, Spagna e Italia oggi libere, subiranno dazi compresi tra il 2% e il 24%.4
Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea per i prodotti italiani agroalimentari (ma non solo) rischia di aprirsi uno scenario problematico che potrebbe costare caro alle eccellenze del “Made in Italy”. Senza un accordo commerciale dettagliato tra le due parti si assisterebbe al ritorno delle frontiere con il conseguente pagamento di dazi e controllo delle merci che provengono dall’Italia. Ma sono anche a rischio le garanzie sulla tipicità dei prodotti.
L’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di prodotti agroalimentari a denominazione di origine e a indicazione geografica riconosciuti dall’Unione Europea. In particolare si tratta di 823 prodotti di cui 299 agroalimentari e 524 vini. Nel sistema risultano inoltre coinvolti circa 200.000 operatori e 283 Consorzi di tutela.5 Attualmente la protezione dei marchi DOP e IGP è garantita dalle norme comunitarie per i paesi presenti in Europa: una denominazione italiana gode della stessa protezione all’interno di tutti i Paesi facenti parte dell’Unione. Ora sarà direttamente il Regno Unito a dover creare un nuovo organismo di controllo che permetterà l’importazione dei prodotti Dop con nuove regole che sono ancora in via di definizione.
I prodotti da introdurre nel mercato del Regno Unito, seguiranno una altro processo di valutazione della conformità, e a tal proposito il Governo inglese ha già messo a punto una nuova marcatura, previa approvazione del parlamento, sostituirà la marcatura CE per i prodotti nel Regno Unito, qualora quest’ultimo dovesse lasciare l’UE senza un accordo. Il Governo inglese ha già realizzato una pagina web specifica con tutte le informazioni sulla Brexit “Get ready for Brexit- Answer a few questions to find out how you or your business should prepare” e un’altra pagina web con chiarimenti sulla nuova marcatura UKCA e sulle regole per la sua apposizione. Il relativo logo sostituirà la marcatura CE anche in settori quali quello dei giocattoli, dei prodotti elettrici, le macchine. La nuova marcatura UKCA dovrà essere applicata a tutti i prodotti immessi nel mercato britannico, che siano stati fabbricati nel Regno Unito o importati da paesi dell’UE o esterni.6
La strategia britannica, però, rischia di diventare un boomerang per l’economica d’oltremanica. Secondo uno studio della Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, il Regno rischia di perdere oltre il 14% delle sue esportazioni verso l’Unione Europea in mancanza di un accordo commerciale. L’export tra Gb e Ue potrebbe diminuire di circa 32 miliardi di dollari a causa dei dazi e delle misure non tariffarie, come le norme tecniche o sanitarie, che incidono pesantemente sul commercio internazionale. Il rapporto stima dunque perdite potenziali tra 11,4 e 16 miliardi di dollari di esportazioni correnti che verrebbero raddoppiate a causa delle misure non tariffarie.7
Lo studio prevede inoltre che, anche se le parti firmassero un accordo di libero scambio “standard”, le esportazioni del Regno Unito potrebbero comunque diminuire del 9%. Il mercato Ue rappresenta infatti il 46% dell’export del Regno Unito, quindi un no deal post Brexit infliggerebbe un duro colpo all’economia britannica. Non ultimo, secondo lo studio Onu, l’aumento dei costi commerciali dovuti a misure non tariffarie e a potenziali aumenti di dazi raddoppierebbe gli effetti economici negativi della Brexit per il Regno Unito, l’Ue e i Paesi in via di sviluppo. Infatti, se da un lato le nuove barriere commerciali tra il Regno Unito e l’Ue potrebbero andare a beneficio dei fornitori di Paesi terzi, l’effetto positivo su questi ultimi potrebbe essere attenuato dall’aumento delle differenze normative con una crescita dei costi commerciali che andrebbero a colpire in modo sproporzionato i Paesi più piccoli e più poveri.8
Dall’Unione Europea Johnson vorrebbe ottenere un trattato simile al Comprehensive economic and trade agreement, conosciuto anche come Ceta, ovvero l’accordo che Bruxelles ha stipulato con il Canada nel 2017, dopo 7 anni di negoziazioni. Questa formula garantirebbe al Regno Unito l’assenza di dazi e quote sui beni ma non sui servizi, che nel 2018 hanno visto esportazioni per quasi 100 miliardi di sterline, il 5,5% del Pil, collegate ad attività bancarie e finanziarie della City. Anche per i beni, tuttavia, ci sarebbero ripercussioni riguardanti maggiori controlli alla frontiera e necessità di rispettare gli standard dell’Unione.9
Le restrizioni riguardanti i lavoratori avranno un forte impatto sopratutto nel Mercato Residenziale. Il capitale umano costituito da Immigrati è parte fondamentale dell’edilizia Britannica e, senza di esso, ci saranno ripercussioni sia sulle valutazioni dei nuovi fabbricati sia sui salari dei lavoratori stessi. Inoltre l’ingresso di figure altamente qualificate aumenterà lo stipendio medio, incrementando ulteriormente il prezzo complessivo degli Immobili. La conseguenza diretta porterebbe molti cittadini a valutare la possibilità di vivere in affitto. Secondo le stime infatti il mercato delle case in affitto sembra essere in forte crescita dopo un periodo di tracollo che dal 2016 segnava –15%. La ripresa più significativa arriva dal mercato delle case di lusso dato che le previsioni fanno presagire un aumento dei prezzi a Londra dell’1% nel segmento prime e del 10,9% durante l’arco del nuovo decennio 2020 – 2030.10
Se da un lato il contesto globale poco incoraggiante e la continua incertezza legata all’uscita del Regno Unito dall’Europa hanno pesato sulla fiducia delle imprese e sugli investimenti, dall’altro i consumatori britannici non sembrano affatto preoccupati. Grazie all’aumento dei redditi reali, alla bassa disoccupazione e ai tassi sui mutui ai minimi storici, infatti, la fiducia dei consumatori è in crescita.
Il problema è che i consumatori stanno spendendo più di quanto le entrante permetterebbero loro di fare: il tasso di risparmio è diminuito di cinque punti percentuali dal referendum della Brexit. Questo comportamento non può essere sostenuto. Molto probabilmente una Brexit senza accordo creerebbe un ulteriore indebolimento della sterlina e i redditi delle famiglie si ridurrebbero per un aumento dei prezzi delle importazioni, con ripercussioni dirette sulla spesa dei consumatori. In secondo luogo, la sterlina si è notevolmente deprezzata.
Dopo quasi quattro anni dal referendum britannico sulla Brexit, il 31 Gennaio 2020 il Regno Unito ha lasciato l’Unione europea e la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom). Le modalità del ritiro sono disciplinate dall’Accordo di recesso (Withdrawal Agreement Act), che regola le pendenze sul dare e avere delle due parti relativamente a tutti gli impegni reciproci pregressi. Tale accordo è entrato in vigore l’1 Febbraio 2020 e prevede un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2020, durante il quale le norme e i regolamenti dell’Unione continueranno a valere anche per il Regno Unito.1
In questa fase di incertezza sono molti i dubbi dei consumatori e delle imprese. Altroconsumo ha provato a fare luce sui possibili effetti per i consumatori. In generale, ricorda l’associazione dei consumatori, la Commissione europea ha creato il servizio Europe Direct.2 In diversa misura riguarda tutti: aziende, professionisti, studenti, semplici cittadini. Dopo il periodo di transizione, nel Regno Unito non si applicherà più la libera circolazione delle persone. Ciò vuol dire che gli europei non potranno più andare a vivere liberamente nel Regno Unito come hanno fatto finora, si tornerà a un meccanismo di visti simile a quello degli Stati Uniti. Per i viaggi, si torna al passato: gli europei potranno entrare nel Regno Unito solo col passaporto.
Viaggiare e studiare in Inghilterra diventerà più costoso. Dopo la Brexit ci vorrà il passaporto, costo 116 euro, mentre oggi basta la carta d’identità. Diventerà più caro l’uso del telefonino: il roaming gratuito vale solo nei Paesi Ue. Più care le tasse universitarie. Dai dati Miur Il 42% degli studenti italiani che mira ad atenei stranieri sceglie la Gran Bretagna. L’anno prossimo finirà il regime che concede agli studenti europei di pagare una retta non superiore a 9.250 sterline l’anno. Lo studente italiano quindi pagherà come quello che viene da Tokyo, Pechino o Bangkok: 20.000 sterline annue per una triennale. Anche lavorare in Gran Bretagna sarà più complicato.3
Molte incertezze anche per gli acquisti online. «Se il negozio online con sede nel Regno Unito indirizza la propria offerta esplicitamente ai consumatori dell’Ue, ad esempio rendendo il sito web disponibile in italiano, i diritti dei consumatori dell’Ue (come la garanzia legale sui beni di consumo e il diritto di recesso di 14 giorni) sono comunque applicabili, anche dopo il periodo di transizione. Resta tuttavia aperta la questione se sarà effettivamente possibile far valere questi diritti in caso di reclamo. Inoltre, a partire dal 2021, gli acquisti online potranno essere soggetti a tasse, dazi doganali e tempi di consegna più lunghi. Se invece si compra in negozio nel Regno Unito, si applica la legge britannica. A partire dal 2021 c’è il rischio di pagare tasse aggiuntive e dazi doganali al rientro della Ue. E in caso di controversia, la competenza è dei tribunali britannici.
L’Unione intende stabilire un accordo di libero scambio con il Regno Unito che garantisca l’applicazione di tariffe e quote zero negli scambi di merci. L’accordo dovrebbe poi prevedere dialogo e scambi in settori di interesse comune, al fine di individuare opportunità di cooperazione, condividere le migliori pratiche e competenze e agire insieme anche in settori quali cultura, istruzione, scienza e innovazione, turismo o statistica. Secondo i nuovi profili tariffari rilasciati negli scorsi giorni dal dipartimento per il commercio internazionale britannico, 30 miliardi di importazioni da Germania, Francia, Spagna e Italia oggi libere, subiranno dazi compresi tra il 2% e il 24%.4
Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea per i prodotti italiani agroalimentari (ma non solo) rischia di aprirsi uno scenario problematico che potrebbe costare caro alle eccellenze del “Made in Italy”. Senza un accordo commerciale dettagliato tra le due parti si assisterebbe al ritorno delle frontiere con il conseguente pagamento di dazi e controllo delle merci che provengono dall’Italia. Ma sono anche a rischio le garanzie sulla tipicità dei prodotti.
L’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di prodotti agroalimentari a denominazione di origine e a indicazione geografica riconosciuti dall’Unione Europea. In particolare si tratta di 823 prodotti di cui 299 agroalimentari e 524 vini. Nel sistema risultano inoltre coinvolti circa 200.000 operatori e 283 Consorzi di tutela.5 Attualmente la protezione dei marchi DOP e IGP è garantita dalle norme comunitarie per i paesi presenti in Europa: una denominazione italiana gode della stessa protezione all’interno di tutti i Paesi facenti parte dell’Unione. Ora sarà direttamente il Regno Unito a dover creare un nuovo organismo di controllo che permetterà l’importazione dei prodotti Dop con nuove regole che sono ancora in via di definizione.
I prodotti da introdurre nel mercato del Regno Unito, seguiranno una altro processo di valutazione della conformità, e a tal proposito il Governo inglese ha già messo a punto una nuova marcatura, previa approvazione del parlamento, sostituirà la marcatura CE per i prodotti nel Regno Unito, qualora quest’ultimo dovesse lasciare l’UE senza un accordo. Il Governo inglese ha già realizzato una pagina web specifica con tutte le informazioni sulla Brexit “Get ready for Brexit- Answer a few questions to find out how you or your business should prepare” e un’altra pagina web con chiarimenti sulla nuova marcatura UKCA e sulle regole per la sua apposizione. Il relativo logo sostituirà la marcatura CE anche in settori quali quello dei giocattoli, dei prodotti elettrici, le macchine. La nuova marcatura UKCA dovrà essere applicata a tutti i prodotti immessi nel mercato britannico, che siano stati fabbricati nel Regno Unito o importati da paesi dell’UE o esterni.6
La strategia britannica, però, rischia di diventare un boomerang per l’economica d’oltremanica. Secondo uno studio della Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, il Regno rischia di perdere oltre il 14% delle sue esportazioni verso l’Unione Europea in mancanza di un accordo commerciale. L’export tra Gb e Ue potrebbe diminuire di circa 32 miliardi di dollari a causa dei dazi e delle misure non tariffarie, come le norme tecniche o sanitarie, che incidono pesantemente sul commercio internazionale. Il rapporto stima dunque perdite potenziali tra 11,4 e 16 miliardi di dollari di esportazioni correnti che verrebbero raddoppiate a causa delle misure non tariffarie.7
Lo studio prevede inoltre che, anche se le parti firmassero un accordo di libero scambio “standard”, le esportazioni del Regno Unito potrebbero comunque diminuire del 9%. Il mercato Ue rappresenta infatti il 46% dell’export del Regno Unito, quindi un no deal post Brexit infliggerebbe un duro colpo all’economia britannica. Non ultimo, secondo lo studio Onu, l’aumento dei costi commerciali dovuti a misure non tariffarie e a potenziali aumenti di dazi raddoppierebbe gli effetti economici negativi della Brexit per il Regno Unito, l’Ue e i Paesi in via di sviluppo. Infatti, se da un lato le nuove barriere commerciali tra il Regno Unito e l’Ue potrebbero andare a beneficio dei fornitori di Paesi terzi, l’effetto positivo su questi ultimi potrebbe essere attenuato dall’aumento delle differenze normative con una crescita dei costi commerciali che andrebbero a colpire in modo sproporzionato i Paesi più piccoli e più poveri.8
Dall’Unione Europea Johnson vorrebbe ottenere un trattato simile al Comprehensive economic and trade agreement, conosciuto anche come Ceta, ovvero l’accordo che Bruxelles ha stipulato con il Canada nel 2017, dopo 7 anni di negoziazioni. Questa formula garantirebbe al Regno Unito l’assenza di dazi e quote sui beni ma non sui servizi, che nel 2018 hanno visto esportazioni per quasi 100 miliardi di sterline, il 5,5% del Pil, collegate ad attività bancarie e finanziarie della City. Anche per i beni, tuttavia, ci sarebbero ripercussioni riguardanti maggiori controlli alla frontiera e necessità di rispettare gli standard dell’Unione.9
Le restrizioni riguardanti i lavoratori avranno un forte impatto sopratutto nel Mercato Residenziale. Il capitale umano costituito da Immigrati è parte fondamentale dell’edilizia Britannica e, senza di esso, ci saranno ripercussioni sia sulle valutazioni dei nuovi fabbricati sia sui salari dei lavoratori stessi. Inoltre l’ingresso di figure altamente qualificate aumenterà lo stipendio medio, incrementando ulteriormente il prezzo complessivo degli Immobili. La conseguenza diretta porterebbe molti cittadini a valutare la possibilità di vivere in affitto. Secondo le stime infatti il mercato delle case in affitto sembra essere in forte crescita dopo un periodo di tracollo che dal 2016 segnava –15%. La ripresa più significativa arriva dal mercato delle case di lusso dato che le previsioni fanno presagire un aumento dei prezzi a Londra dell’1% nel segmento prime e del 10,9% durante l’arco del nuovo decennio 2020 – 2030.10
Se da un lato il contesto globale poco incoraggiante e la continua incertezza legata all’uscita del Regno Unito dall’Europa hanno pesato sulla fiducia delle imprese e sugli investimenti, dall’altro i consumatori britannici non sembrano affatto preoccupati. Grazie all’aumento dei redditi reali, alla bassa disoccupazione e ai tassi sui mutui ai minimi storici, infatti, la fiducia dei consumatori è in crescita.
Il problema è che i consumatori stanno spendendo più di quanto le entrante permetterebbero loro di fare: il tasso di risparmio è diminuito di cinque punti percentuali dal referendum della Brexit. Questo comportamento non può essere sostenuto. Molto probabilmente una Brexit senza accordo creerebbe un ulteriore indebolimento della sterlina e i redditi delle famiglie si ridurrebbero per un aumento dei prezzi delle importazioni, con ripercussioni dirette sulla spesa dei consumatori. In secondo luogo, la sterlina si è notevolmente deprezzata.
Dopo quasi quattro anni dal referendum britannico sulla Brexit, il 31 Gennaio 2020 il Regno Unito ha lasciato l’Unione europea e la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom). Le modalità del ritiro sono disciplinate dall’Accordo di recesso (Withdrawal Agreement Act), che regola le pendenze sul dare e avere delle due parti relativamente a tutti gli impegni reciproci pregressi. Tale accordo è entrato in vigore l’1 Febbraio 2020 e prevede un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2020, durante il quale le norme e i regolamenti dell’Unione continueranno a valere anche per il Regno Unito.1
In questa fase di incertezza sono molti i dubbi dei consumatori e delle imprese. Altroconsumo ha provato a fare luce sui possibili effetti per i consumatori. In generale, ricorda l’associazione dei consumatori, la Commissione europea ha creato il servizio Europe Direct.2 In diversa misura riguarda tutti: aziende, professionisti, studenti, semplici cittadini. Dopo il periodo di transizione, nel Regno Unito non si applicherà più la libera circolazione delle persone. Ciò vuol dire che gli europei non potranno più andare a vivere liberamente nel Regno Unito come hanno fatto finora, si tornerà a un meccanismo di visti simile a quello degli Stati Uniti. Per i viaggi, si torna al passato: gli europei potranno entrare nel Regno Unito solo col passaporto.
Viaggiare e studiare in Inghilterra diventerà più costoso. Dopo la Brexit ci vorrà il passaporto, costo 116 euro, mentre oggi basta la carta d’identità. Diventerà più caro l’uso del telefonino: il roaming gratuito vale solo nei Paesi Ue. Più care le tasse universitarie. Dai dati Miur Il 42% degli studenti italiani che mira ad atenei stranieri sceglie la Gran Bretagna. L’anno prossimo finirà il regime che concede agli studenti europei di pagare una retta non superiore a 9.250 sterline l’anno. Lo studente italiano quindi pagherà come quello che viene da Tokyo, Pechino o Bangkok: 20.000 sterline annue per una triennale. Anche lavorare in Gran Bretagna sarà più complicato.3
Molte incertezze anche per gli acquisti online. «Se il negozio online con sede nel Regno Unito indirizza la propria offerta esplicitamente ai consumatori dell’Ue, ad esempio rendendo il sito web disponibile in italiano, i diritti dei consumatori dell’Ue (come la garanzia legale sui beni di consumo e il diritto di recesso di 14 giorni) sono comunque applicabili, anche dopo il periodo di transizione. Resta tuttavia aperta la questione se sarà effettivamente possibile far valere questi diritti in caso di reclamo. Inoltre, a partire dal 2021, gli acquisti online potranno essere soggetti a tasse, dazi doganali e tempi di consegna più lunghi. Se invece si compra in negozio nel Regno Unito, si applica la legge britannica. A partire dal 2021 c’è il rischio di pagare tasse aggiuntive e dazi doganali al rientro della Ue. E in caso di controversia, la competenza è dei tribunali britannici.
L’Unione intende stabilire un accordo di libero scambio con il Regno Unito che garantisca l’applicazione di tariffe e quote zero negli scambi di merci. L’accordo dovrebbe poi prevedere dialogo e scambi in settori di interesse comune, al fine di individuare opportunità di cooperazione, condividere le migliori pratiche e competenze e agire insieme anche in settori quali cultura, istruzione, scienza e innovazione, turismo o statistica. Secondo i nuovi profili tariffari rilasciati negli scorsi giorni dal dipartimento per il commercio internazionale britannico, 30 miliardi di importazioni da Germania, Francia, Spagna e Italia oggi libere, subiranno dazi compresi tra il 2% e il 24%.4
Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea per i prodotti italiani agroalimentari (ma non solo) rischia di aprirsi uno scenario problematico che potrebbe costare caro alle eccellenze del “Made in Italy”. Senza un accordo commerciale dettagliato tra le due parti si assisterebbe al ritorno delle frontiere con il conseguente pagamento di dazi e controllo delle merci che provengono dall’Italia. Ma sono anche a rischio le garanzie sulla tipicità dei prodotti.
L’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di prodotti agroalimentari a denominazione di origine e a indicazione geografica riconosciuti dall’Unione Europea. In particolare si tratta di 823 prodotti di cui 299 agroalimentari e 524 vini. Nel sistema risultano inoltre coinvolti circa 200.000 operatori e 283 Consorzi di tutela.5 Attualmente la protezione dei marchi DOP e IGP è garantita dalle norme comunitarie per i paesi presenti in Europa: una denominazione italiana gode della stessa protezione all’interno di tutti i Paesi facenti parte dell’Unione. Ora sarà direttamente il Regno Unito a dover creare un nuovo organismo di controllo che permetterà l’importazione dei prodotti Dop con nuove regole che sono ancora in via di definizione.
I prodotti da introdurre nel mercato del Regno Unito, seguiranno una altro processo di valutazione della conformità, e a tal proposito il Governo inglese ha già messo a punto una nuova marcatura, previa approvazione del parlamento, sostituirà la marcatura CE per i prodotti nel Regno Unito, qualora quest’ultimo dovesse lasciare l’UE senza un accordo. Il Governo inglese ha già realizzato una pagina web specifica con tutte le informazioni sulla Brexit “Get ready for Brexit- Answer a few questions to find out how you or your business should prepare” e un’altra pagina web con chiarimenti sulla nuova marcatura UKCA e sulle regole per la sua apposizione. Il relativo logo sostituirà la marcatura CE anche in settori quali quello dei giocattoli, dei prodotti elettrici, le macchine. La nuova marcatura UKCA dovrà essere applicata a tutti i prodotti immessi nel mercato britannico, che siano stati fabbricati nel Regno Unito o importati da paesi dell’UE o esterni.6
La strategia britannica, però, rischia di diventare un boomerang per l’economica d’oltremanica. Secondo uno studio della Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, il Regno rischia di perdere oltre il 14% delle sue esportazioni verso l’Unione Europea in mancanza di un accordo commerciale. L’export tra Gb e Ue potrebbe diminuire di circa 32 miliardi di dollari a causa dei dazi e delle misure non tariffarie, come le norme tecniche o sanitarie, che incidono pesantemente sul commercio internazionale. Il rapporto stima dunque perdite potenziali tra 11,4 e 16 miliardi di dollari di esportazioni correnti che verrebbero raddoppiate a causa delle misure non tariffarie.7
Lo studio prevede inoltre che, anche se le parti firmassero un accordo di libero scambio “standard”, le esportazioni del Regno Unito potrebbero comunque diminuire del 9%. Il mercato Ue rappresenta infatti il 46% dell’export del Regno Unito, quindi un no deal post Brexit infliggerebbe un duro colpo all’economia britannica. Non ultimo, secondo lo studio Onu, l’aumento dei costi commerciali dovuti a misure non tariffarie e a potenziali aumenti di dazi raddoppierebbe gli effetti economici negativi della Brexit per il Regno Unito, l’Ue e i Paesi in via di sviluppo. Infatti, se da un lato le nuove barriere commerciali tra il Regno Unito e l’Ue potrebbero andare a beneficio dei fornitori di Paesi terzi, l’effetto positivo su questi ultimi potrebbe essere attenuato dall’aumento delle differenze normative con una crescita dei costi commerciali che andrebbero a colpire in modo sproporzionato i Paesi più piccoli e più poveri.8
Dall’Unione Europea Johnson vorrebbe ottenere un trattato simile al Comprehensive economic and trade agreement, conosciuto anche come Ceta, ovvero l’accordo che Bruxelles ha stipulato con il Canada nel 2017, dopo 7 anni di negoziazioni. Questa formula garantirebbe al Regno Unito l’assenza di dazi e quote sui beni ma non sui servizi, che nel 2018 hanno visto esportazioni per quasi 100 miliardi di sterline, il 5,5% del Pil, collegate ad attività bancarie e finanziarie della City. Anche per i beni, tuttavia, ci sarebbero ripercussioni riguardanti maggiori controlli alla frontiera e necessità di rispettare gli standard dell’Unione.9
Le restrizioni riguardanti i lavoratori avranno un forte impatto sopratutto nel Mercato Residenziale. Il capitale umano costituito da Immigrati è parte fondamentale dell’edilizia Britannica e, senza di esso, ci saranno ripercussioni sia sulle valutazioni dei nuovi fabbricati sia sui salari dei lavoratori stessi. Inoltre l’ingresso di figure altamente qualificate aumenterà lo stipendio medio, incrementando ulteriormente il prezzo complessivo degli Immobili. La conseguenza diretta porterebbe molti cittadini a valutare la possibilità di vivere in affitto. Secondo le stime infatti il mercato delle case in affitto sembra essere in forte crescita dopo un periodo di tracollo che dal 2016 segnava –15%. La ripresa più significativa arriva dal mercato delle case di lusso dato che le previsioni fanno presagire un aumento dei prezzi a Londra dell’1% nel segmento prime e del 10,9% durante l’arco del nuovo decennio 2020 – 2030.10
Se da un lato il contesto globale poco incoraggiante e la continua incertezza legata all’uscita del Regno Unito dall’Europa hanno pesato sulla fiducia delle imprese e sugli investimenti, dall’altro i consumatori britannici non sembrano affatto preoccupati. Grazie all’aumento dei redditi reali, alla bassa disoccupazione e ai tassi sui mutui ai minimi storici, infatti, la fiducia dei consumatori è in crescita.
Il problema è che i consumatori stanno spendendo più di quanto le entrante permetterebbero loro di fare: il tasso di risparmio è diminuito di cinque punti percentuali dal referendum della Brexit. Questo comportamento non può essere sostenuto. Molto probabilmente una Brexit senza accordo creerebbe un ulteriore indebolimento della sterlina e i redditi delle famiglie si ridurrebbero per un aumento dei prezzi delle importazioni, con ripercussioni dirette sulla spesa dei consumatori. In secondo luogo, la sterlina si è notevolmente deprezzata.
Dopo quasi quattro anni dal referendum britannico sulla Brexit, il 31 Gennaio 2020 il Regno Unito ha lasciato l’Unione europea e la Comunità europea dell’energia atomica (Euratom). Le modalità del ritiro sono disciplinate dall’Accordo di recesso (Withdrawal Agreement Act), che regola le pendenze sul dare e avere delle due parti relativamente a tutti gli impegni reciproci pregressi. Tale accordo è entrato in vigore l’1 Febbraio 2020 e prevede un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2020, durante il quale le norme e i regolamenti dell’Unione continueranno a valere anche per il Regno Unito.1
In questa fase di incertezza sono molti i dubbi dei consumatori e delle imprese. Altroconsumo ha provato a fare luce sui possibili effetti per i consumatori. In generale, ricorda l’associazione dei consumatori, la Commissione europea ha creato il servizio Europe Direct.2 In diversa misura riguarda tutti: aziende, professionisti, studenti, semplici cittadini. Dopo il periodo di transizione, nel Regno Unito non si applicherà più la libera circolazione delle persone. Ciò vuol dire che gli europei non potranno più andare a vivere liberamente nel Regno Unito come hanno fatto finora, si tornerà a un meccanismo di visti simile a quello degli Stati Uniti. Per i viaggi, si torna al passato: gli europei potranno entrare nel Regno Unito solo col passaporto.
Viaggiare e studiare in Inghilterra diventerà più costoso. Dopo la Brexit ci vorrà il passaporto, costo 116 euro, mentre oggi basta la carta d’identità. Diventerà più caro l’uso del telefonino: il roaming gratuito vale solo nei Paesi Ue. Più care le tasse universitarie. Dai dati Miur Il 42% degli studenti italiani che mira ad atenei stranieri sceglie la Gran Bretagna. L’anno prossimo finirà il regime che concede agli studenti europei di pagare una retta non superiore a 9.250 sterline l’anno. Lo studente italiano quindi pagherà come quello che viene da Tokyo, Pechino o Bangkok: 20.000 sterline annue per una triennale. Anche lavorare in Gran Bretagna sarà più complicato.3
Molte incertezze anche per gli acquisti online. «Se il negozio online con sede nel Regno Unito indirizza la propria offerta esplicitamente ai consumatori dell’Ue, ad esempio rendendo il sito web disponibile in italiano, i diritti dei consumatori dell’Ue (come la garanzia legale sui beni di consumo e il diritto di recesso di 14 giorni) sono comunque applicabili, anche dopo il periodo di transizione. Resta tuttavia aperta la questione se sarà effettivamente possibile far valere questi diritti in caso di reclamo. Inoltre, a partire dal 2021, gli acquisti online potranno essere soggetti a tasse, dazi doganali e tempi di consegna più lunghi. Se invece si compra in negozio nel Regno Unito, si applica la legge britannica. A partire dal 2021 c’è il rischio di pagare tasse aggiuntive e dazi doganali al rientro della Ue. E in caso di controversia, la competenza è dei tribunali britannici.
L’Unione intende stabilire un accordo di libero scambio con il Regno Unito che garantisca l’applicazione di tariffe e quote zero negli scambi di merci. L’accordo dovrebbe poi prevedere dialogo e scambi in settori di interesse comune, al fine di individuare opportunità di cooperazione, condividere le migliori pratiche e competenze e agire insieme anche in settori quali cultura, istruzione, scienza e innovazione, turismo o statistica. Secondo i nuovi profili tariffari rilasciati negli scorsi giorni dal dipartimento per il commercio internazionale britannico, 30 miliardi di importazioni da Germania, Francia, Spagna e Italia oggi libere, subiranno dazi compresi tra il 2% e il 24%.4
Con l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea per i prodotti italiani agroalimentari (ma non solo) rischia di aprirsi uno scenario problematico che potrebbe costare caro alle eccellenze del “Made in Italy”. Senza un accordo commerciale dettagliato tra le due parti si assisterebbe al ritorno delle frontiere con il conseguente pagamento di dazi e controllo delle merci che provengono dall’Italia. Ma sono anche a rischio le garanzie sulla tipicità dei prodotti.
L’Italia è il Paese europeo con il maggior numero di prodotti agroalimentari a denominazione di origine e a indicazione geografica riconosciuti dall’Unione Europea. In particolare si tratta di 823 prodotti di cui 299 agroalimentari e 524 vini. Nel sistema risultano inoltre coinvolti circa 200.000 operatori e 283 Consorzi di tutela.5 Attualmente la protezione dei marchi DOP e IGP è garantita dalle norme comunitarie per i paesi presenti in Europa: una denominazione italiana gode della stessa protezione all’interno di tutti i Paesi facenti parte dell’Unione. Ora sarà direttamente il Regno Unito a dover creare un nuovo organismo di controllo che permetterà l’importazione dei prodotti Dop con nuove regole che sono ancora in via di definizione.
I prodotti da introdurre nel mercato del Regno Unito, seguiranno una altro processo di valutazione della conformità, e a tal proposito il Governo inglese ha già messo a punto una nuova marcatura, previa approvazione del parlamento, sostituirà la marcatura CE per i prodotti nel Regno Unito, qualora quest’ultimo dovesse lasciare l’UE senza un accordo. Il Governo inglese ha già realizzato una pagina web specifica con tutte le informazioni sulla Brexit “Get ready for Brexit- Answer a few questions to find out how you or your business should prepare” e un’altra pagina web con chiarimenti sulla nuova marcatura UKCA e sulle regole per la sua apposizione. Il relativo logo sostituirà la marcatura CE anche in settori quali quello dei giocattoli, dei prodotti elettrici, le macchine. La nuova marcatura UKCA dovrà essere applicata a tutti i prodotti immessi nel mercato britannico, che siano stati fabbricati nel Regno Unito o importati da paesi dell’UE o esterni.6
La strategia britannica, però, rischia di diventare un boomerang per l’economica d’oltremanica. Secondo uno studio della Conferenza delle Nazioni Unite per il commercio e lo sviluppo, il Regno rischia di perdere oltre il 14% delle sue esportazioni verso l’Unione Europea in mancanza di un accordo commerciale. L’export tra Gb e Ue potrebbe diminuire di circa 32 miliardi di dollari a causa dei dazi e delle misure non tariffarie, come le norme tecniche o sanitarie, che incidono pesantemente sul commercio internazionale. Il rapporto stima dunque perdite potenziali tra 11,4 e 16 miliardi di dollari di esportazioni correnti che verrebbero raddoppiate a causa delle misure non tariffarie.7
Lo studio prevede inoltre che, anche se le parti firmassero un accordo di libero scambio “standard”, le esportazioni del Regno Unito potrebbero comunque diminuire del 9%. Il mercato Ue rappresenta infatti il 46% dell’export del Regno Unito, quindi un no deal post Brexit infliggerebbe un duro colpo all’economia britannica. Non ultimo, secondo lo studio Onu, l’aumento dei costi commerciali dovuti a misure non tariffarie e a potenziali aumenti di dazi raddoppierebbe gli effetti economici negativi della Brexit per il Regno Unito, l’Ue e i Paesi in via di sviluppo. Infatti, se da un lato le nuove barriere commerciali tra il Regno Unito e l’Ue potrebbero andare a beneficio dei fornitori di Paesi terzi, l’effetto positivo su questi ultimi potrebbe essere attenuato dall’aumento delle differenze normative con una crescita dei costi commerciali che andrebbero a colpire in modo sproporzionato i Paesi più piccoli e più poveri.8
Dall’Unione Europea Johnson vorrebbe ottenere un trattato simile al Comprehensive economic and trade agreement, conosciuto anche come Ceta, ovvero l’accordo che Bruxelles ha stipulato con il Canada nel 2017, dopo 7 anni di negoziazioni. Questa formula garantirebbe al Regno Unito l’assenza di dazi e quote sui beni ma non sui servizi, che nel 2018 hanno visto esportazioni per quasi 100 miliardi di sterline, il 5,5% del Pil, collegate ad attività bancarie e finanziarie della City. Anche per i beni, tuttavia, ci sarebbero ripercussioni riguardanti maggiori controlli alla frontiera e necessità di rispettare gli standard dell’Unione.9
Le restrizioni riguardanti i lavoratori avranno un forte impatto sopratutto nel Mercato Residenziale. Il capitale umano costituito da Immigrati è parte fondamentale dell’edilizia Britannica e, senza di esso, ci saranno ripercussioni sia sulle valutazioni dei nuovi fabbricati sia sui salari dei lavoratori stessi. Inoltre l’ingresso di figure altamente qualificate aumenterà lo stipendio medio, incrementando ulteriormente il prezzo complessivo degli Immobili. La conseguenza diretta porterebbe molti cittadini a valutare la possibilità di vivere in affitto. Secondo le stime infatti il mercato delle case in affitto sembra essere in forte crescita dopo un periodo di tracollo che dal 2016 segnava –15%. La ripresa più significativa arriva dal mercato delle case di lusso dato che le previsioni fanno presagire un aumento dei prezzi a Londra dell’1% nel segmento prime e del 10,9% durante l’arco del nuovo decennio 2020 – 2030.10
Se da un lato il contesto globale poco incoraggiante e la continua incertezza legata all’uscita del Regno Unito dall’Europa hanno pesato sulla fiducia delle imprese e sugli investimenti, dall’altro i consumatori britannici non sembrano affatto preoccupati. Grazie all’aumento dei redditi reali, alla bassa disoccupazione e ai tassi sui mutui ai minimi storici, infatti, la fiducia dei consumatori è in crescita.
Il problema è che i consumatori stanno spendendo più di quanto le entrante permetterebbero loro di fare: il tasso di risparmio è diminuito di cinque punti percentuali dal referendum della Brexit. Questo comportamento non può essere sostenuto. Molto probabilmente una Brexit senza accordo creerebbe un ulteriore indebolimento della sterlina e i redditi delle famiglie si ridurrebbero per un aumento dei prezzi delle importazioni, con ripercussioni dirette sulla spesa dei consumatori. In secondo luogo, la sterlina si è notevolmente deprezzata.

Durante la notte del referendum, il tasso di cambio nei confronti del dollaro è passato da 1,50 a 1,33 dollari per sterlina.11 La speranza era che quel crollo senza precedenti avrebbe portato a un boom delle esportazioni, ma questo non è avvenuto. In alcuni settori particolarmente esposti ai possibili effetti negativi della Brexit, come quello automobilistico, le esportazioni britanniche sono addirittura diminuite sia verso i paesi Ue sia verso quelli extra-Ue. A ciò si è aggiunto il calo degli investimenti diretti esteri nel Regno Unito.

Il Regno Unito sta subendo profondi cambiamenti legati alla Brexit, e il tradizionale modello caratterizzato da una grande forza dei consumatori potrebbe essere messo in discussione. Le politiche di sostegno limiteranno i danni immediati alla crescita, ma le prospettive a lungo termine sono profondamente incerte, dato il contesto politico. Tuttavia, non dobbiamo dimenticare che, sebbene la Brexit sia una grande sfida, il Regno Unito ha una moneta altamente competitiva e un’economia aperta con una forza lavoro ben istruita e flessibile.12

Ma anche l’UE ha molto da perdere se non riuscirà a preservare un rapporto privilegiato col Regno Unito. Infatti, pur essendo acquirente netto di servizi (intorno ai 30 miliardi di euro l’anno), l’Europa esporta in UK un’enorme quantità di beni (circa 100 miliardi di euro l’anno) a cui la sua fragile economia non può rinunciare senza criticità.13

Al momento sono molti fattori di incertezza in grado di prolungare la debolezza del ciclo economico a livello globale: dalle vecchie ma ancora non addormentate minacce di nuovi dazi USA soprattutto in settore auto europeo, agli effetti ancora non chiari della ormai avvenuta Brexit e all’ultimo arrivato il Coronavirus Covid-19.

Chemerys Yuliya per Businesscycle.info

Bibliografia:

[1] Brexit, meno humour e più pragmatismo del 4marzo 2020

https://www.ilsole24ore.com/art/brexit-meno-humour-e-piu-pragmatismo-ADfTFT;

[2] Brexit è una realtà: dai documenti agli acquisti online, cosa cambia per gli italiani

https://www.wallstreetitalia.com/la-brexit-e-una-realta-cosa-cambia-per-i-consumatori/

[3] Quanto costerà la Brexit ai cittadini italiani? Di Milena Gabanelli e Giuditta Marvelli

https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/quanto-costera-brexit-cittadini-italiani-ue/1c949928-5eb7-11e9-b4d3-860c7d14652d-va.shtml;

 [4] Brexit: verso un accordo di libero scambio tra UE e Regno unito

https://www.ipsoa.it/documents/impresa/contratti-dimpresa/quotidiano/2020/02/26/brexit-accordo-libero-scambio-ue-regno-unito

[5] Prodotti DOP, IGP e STG

https://www.politicheagricole.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/396;

[6]https://www.sviluppoeconomico.gov.it/images/stories/documenti/MSE_Quaderno_Dicembre_2019.pdf p.25;

[7] Brexit, i negoziati sul commercio sono solo all’inizio. Ecco le strade possibili: dall’accordo per togliere i dazi allo scenario senza intesa

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/17;

[8] Brexit, Londra sfida la Ue su allineamento e pesca

http://www.ansa.it/canale_terraegusto/notizie/istituzioni/2020/02/27/brexit-paletti-gb-no-allue-su-allineamento-e-pesca_b87befb5-5295-4c2f-ae7d-b96a13cb3fcb.html;

[9] Brexit, Gran Bretagna: “Pronti ad abbandonare negoziato con Ue a giugno se non ci saranno prospettive di accordo”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/02/27/brexit-gran-bretagna-pronti-ad-abbandonare-negoziato-con-ue-a-giugno-se-non-ci-saranno-prospettive-di-avccordo/5718990/;

[10] Brexit: futuro incerto per il Mercato Immobiliare Europeo

https://www.myestimate.it/blog/brexit-futuro-incerto-per-il-mercato-immobiliare-europeo/;

[11]E ora Johnson fa i conti con la vera Brexit

https://www.lavoce.info/archives/63522/e-ora-johnson-fa-conti-con-la-vera-brexit/;

[12]Brexit, goodbye Britain. Ma ora cosa succede ai consumatori che viaggiano a Londra o fanno shopping?

https://www.helpconsumatori.it/secondo-piano/brexit-goodbye-britain-ma-ora-cosa-succede-ai-consumatori-che-viaggiano-a-londra-o-fanno-shopping/.

[13]Per il secondo round della Brexit i mercati premiano la sterlina

https://www.ilsole24ore.com/art/per-secondo-round-brexit-mercati-premiano-sterlina-ACHazXEB.

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