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Reduce, Reuse, Recycle: l’impatto dell’economia circolare

Si prevede che nei prossimi quarant’anni il consumo complessivo dei materiali come la biomassa, i combustibili fossili, i metalli e i minerali raddoppierà, e parallelamente la produzione annuale di rifiuti aumenterà del 70% entro il 2050.

Nonostante quello dell’economia circolare (circular economy) sia un concetto tutt’altro che recente – il dibattito sul tema può essere fatto risalire agli anni ’70 – negli ultimi anni la transizione ad un modello economico basato su una gestione delle risorse più eco-sostenibile si è fatto imperativo. L’ispirazione arriva proprio dal processo rigenerativo insito nell’ecosistema naturale. Dalle parole del celebre postulato di Antoine Lavoisier “nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”, il paradigma dell’economia lineare, dominante per tutto il XX secolo sino ai giorni nostri, non riesce a rispondere alla crescente pressione cui produzione e consumi sottopongono le risorse mondiali e l’ambiente. Si parla di modello lineare in quanto una volta terminato il consumo termina anche il ciclo del prodotto che diventa di fatti un rifiuto. Da qui la necessità si sostituire l’approccio “take, make, use, dispose” (prendi, produci, usa e getta) con quello circolare “take, make, use, return” (prendi, produci, usa e ricicla).

Secondo la Ellen MacArthur Foundation – fondazione creata nel 2010 dalla stessa Ellen MacArthur, grazie al lavoro della quale il concetto di circolarità si è diffuso sia nella ricerca scientifica, sia nell’applicazione pratica – il termine definisce «un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera. L’economia circolare è dunque un sistema in cui tutte le attività, a partire dall’estrazione e dalla produzione, sono organizzate in modo che i rifiuti di qualcuno diventino risorse per qualcun altro. Nell’economia lineare, invece, terminato il consumo, la catena economica riprende continuamente lo stesso schema: estrazione, produzione, consumo, smaltimento.»

L’Agenzia Europea per l’Ambiente nel 2017 ha pubblicato uno studio che analizza in maniera piuttosto esaustiva quelle che sono le principali differenze tra il modello di economia lineare e quello circolare. Secondo questo studio i meccanismi chiave alla base del sistema oggigiorno dominante sono il risultato dell’evoluzione storica di un insieme complesso di relazioni tra produttori, consumatori e responsabili politici. Nel modello lineare i margini di profitto si basano sulla differenza tra il prezzo di mercato di un prodotto e il costo di produzione. La strategia per aumentare i profitti consiste, pertanto, nel vendere più prodotti mantenendo i costi di produzione i più bassi possibile. L’innovazione tecnologica rende obsoleti i vecchi prodotti e spinge i consumatori ad acquistarne di nuovi. In questo meccanismo i prodotti con una durata di vita breve sono preferiti in quanto risultano più economici da realizzare e supportano un mercato di nuovi prodotti finalizzato alla sostituzione di quelli vecchi. Manutenzione e riparazione vengono quindi evitati, in quanto risulta più redditizio vendere prodotti nuovi piuttosto che riparare quelli vecchi. Al contrario, seguendo l’approccio dell’economia circolare, i prodotti fanno parte di un modello di business integrato, dove non è solo il valore della vendita di un prodotto a creare competizione, bensì anche la formazione di un valore aggiunto nel servizio ad esso associato.

Infatti, il modello di economia circolare può essere meglio sintetizzato attraverso lo schema cosiddetto delle “3R”: “reduce, reuse, recycle”, a cui si accompagnano i concetti di “recover, redesign, remanufacturing”:
•  “Reduce”, ovvero ridurre l’utilizzo di risorse e di conseguenza le emissioni e gli sprechi, così da diminuire l’impatto ambientale lungo tutto il ciclo di vita del prodotto. Il design del prodotto è una delle strategie più importanti per ridurre l’impatto ambientale alla fonte. Le due dimensioni principali nella progettazione sono l’integrità (prevenire l’obsolescenza del prodotto) e la possibilità di riciclare (prevenire l’obsolescenza dei materiali).
• “Reuse”, ovvero riutilizzare un prodotto e un sistema per più cicli, così da sfruttare fino in fondo la capacità di quella risorsa. La competizione tra beni nuovi e usati è ciò che rende l’economia circolare promettente, dove i materiali cosiddetti second hand possono competere e ridurre la produzione di quelli nuovi.
• “Recycle”, ovvero riciclare, rendere indietro i materiali grezzi di un prodotto dopo il loro servizio. I rifiuti e i materiali di scarto seguono una serie di processi che consentono un recupero più o meno consistente degli stessi: il riciclo primario (upcycling) atto a convertire gli scarti in prodotti con uguali o migliori caratteristiche, il riciclo secondario (downcycling) che li trasforma in prodotti con una qualità più bassa, il riciclo terziario che scompone i prodotti in componenti per poterli riutilizzare ed infine il riciclo quaternario che sfrutta i prodotti usati per ricavarne energia.
• “Recover”, ovvero recuperare i prodotti alla fine del processo, disassemblarli, ordinarli e pulirli, per riutilizzarli in tutto o in parte, selezionando dei componenti, in un nuovo ciclo diverso dall’originale.
• “Redesign”, ovvero riprogettare, significa ripensare i prodotti in modo che possano essere smontati e pertanto poterne utilizzare i componenti per creare un altro prodotto.
• “Remanufacturing”, ovvero ricondizionare, riprocessare i prodotti per portarli allo stato originale o in condizioni ottimali per poter essere riutilizzati. Tale concetto è strettamente legato a quello di “redesign”, perché per poter rimettere a nuovo un prodotto è necessario che sia stato disegnato in modo che ciò possa avvenire. La maggior parte dei design risponde oggi a esigenze di velocità nell’assemblaggio, più che alla possibilità di poterne sostituire i componenti.

Altri elementi fondamentali di questo approccio sistemico, ben evidenziati dalla MacArthur Foundation e che vanno a completare il quadro generale del modello economico, sono: un crescente investimento nelle energie rinnovabili; un approccio olistico che tenga in considerazione l’intero sistema e le relazioni di causa effetto tra le varie componenti; lo sfruttamento del meccanismo di sharing, così da aumentare l’utilizzo dei beni e allo stesso tempo diminuire la produzione di nuovi non necessari, riducendo i costi di accesso a prodotti e servizi e realizzando una maggiore interazione e coesione sociale; sviluppare l’idea di product as service, ovvero la vendita al cliente di servizi associati ad un determinato prodotto e non la vendita del prodotto stesso. Queste ultime modalità hanno trovato larga diffusione soprattutto grazie all’avvento delle nuove tecnologie digitali, realizzando una maggiore interazione tra cliente e azienda e tra gli stessi consumatori finali.

L’economia circolare può essere vista, pertanto, come un percorso di innovazione atto a sviluppare efficienza e competitività, avendo allo stesso tempo un effetto positivo su ambiente e società. L’idea è che, anche partendo da un settore piuttosto ridotto dell’economia, il modello circolare possa avviare l’intero sistema verso un processo virtuoso di transizione verde. Un altro concetto fondamentale, alla base dell’idea di sostenibilità è la cosiddetta “triple bottom line” e riguarda l’interrelazione tra profitto, persone e pianeta, indicando come l’attività e il guadagno (bottom line) dell’impresa debbano tenere conto anche degli aspetti ambientali e sociologici. L’economia circolare di questa relazione ne è sì conseguenza ma anche promotrice, dal momento che può contribuire alla sostenibilità organizzativa, ridisegnando il ruolo delle aziende nella società.

Ad oggi il gap tra modello ideale e modello reale di economia circolare è ancora molto ampio: nonostante l’attuazione di diverse iniziative volte alla circolarità, enormi quantità di scarti e rifiuti vengono comunque prodotte in ogni fase del processo. Nel sistema produttivo circolare reale persiste, infatti, un grande limite nella capacità di recupero. I punti dove questo avviene vengono chiamati leakages. Secondo il Green Economy Observatory, sulle cause dell’inefficienza del sistema circolare persiste, tra tutti, un eccesso di materie prime immesse nella filiera produttiva. Le previsioni fino al 2020 prevedono, infatti, ben 82 miliardi di tonnellate di materie prime immesse nel mercato globale. Ma le cause sono molteplici, e possono riguardare qualsiasi fase del modello. Tra queste troviamo: il problema delle asimmetrie informative, ovvero la scarsezza di informazioni per consumatori e produttori sull’impatto ambientale causato dalla produzione di determinati beni e servizi; la priorità di business, ovvero la priorità ad ottenere guadagni di breve periodo trascurando gli effetti ambientali di lungo periodo; le barriere di mercato, ossia la distorsione di prezzo tra le aziende che non investono sulla riduzione dell’impatto ambientale di produzione e quelle che lo fanno, ottenendo, le prime, costi finali più bassi, ne risultano avvantaggiate nella competizione di mercato; abitudini e cultura, laddove non solo permane una radicata cultura del consumo, ma le abitudini dei consumatori li portano a favorire prodotti non riciclati, in quanto ritenuti meno preformanti; geografia e sviluppo infrastrutturale, nel caso in cui l’estensione geografica intralci le reverse logistics, scoraggiando il produttore a sviluppare il processo di recupero, smaltimento o riconversione di resi; infine, la regolamentazione, laddove sono le limitazioni di natura normativa a compromettere la buona riuscita del modello circolare.

Inoltre, l’adozione di sistemi di gestione (waste management) e riutilizzo degli scarti, sta diventando fondamentale per tutti gli aspetti che riguardano i cambiamenti climatici. Dal rapporto “No time to waste” pubblicato dalla Bank of America Merrill Lynch, la produzione complessiva di rifiuti nel mondo ammonta ogni anno a circa 11 miliardi di tonnellate, di cui il 75% viene destinato a discariche o a inceneritore, mentre solo il 25% è riutilizzato o riciclato. Dalle stime relative al fabbisogno di materie prime industriali da qui al 2030 si evince che il gap fra domanda e offerta di commodity si attesterebbe a circa 8 miliardi di tonnellate alla fine del prossimo decennio, e nel 2050, lo stesso sarebbe destinato a toccare un picco di 29 miliardi di tonnellate.

Nel contesto globale è la Cina a guadagnarsi il primato nello sviluppo del modello di economia circolare, con l’introduzione di ben due leggi: la “Cleaner Production Promotion Law” del 2002 e la “Circular Economy Promotion Law” del 2009. Entrambe avevano come obiettivo quello di aumentare il tasso di sfruttamento delle risorse, così come i fattori di ricondizionamento e riuso nei processi di produzione e consumo.

In Europa, d’altra parte, il tema ha iniziato ad acquisire priorità strategica attraverso il “Circular Economy Action Plan” varato dalla Commissione Europea nel 2015, atto ad incentivare la creazione di nuovi posti di lavoro, migliorare crescita ed investimenti, sviluppando, allo stesso tempo, un’economia carbon-free efficiente e competitiva. Il piano, presentato mentre a Parigi si stava tenendo la COP21 che avrebbe portato alla formulazione dell’Accordo di Parigi, segnalava in maniera inequivocabile gli obiettivi dell’Unione in quanto a sostenibilità ed ecologia. Il pacchetto di norme sulla circular economy obbliga i Paesi membri a riciclare almeno il 70% dei rifiuti urbani e l’80% dei rifiuti da imballaggio, oltre al divieto di gettare in discarica quelli biodegradabili e riciclabili. Norme che dovrebbero entrare in vigore a partire dal 2030. Le misure proposte, quali la migliore progettazione ecocompatibile, la prevenzione e il riutilizzo dei rifiuti, potrebbero generare in tutta l’UE, risparmi netti per le imprese fino a 604 miliardi di euro, ovvero l’8% del fatturato annuo, riducendo al tempo stesso le emissioni totali annue di gas a effetto serra del 2-4%.

In generale, attuare misure aggiuntive per aumentare la produttività delle risorse del 30% entro il 2030 potrebbe far salire il PIL quasi del’1% e creare oltre 2 milioni di posti di lavoro rispetto a uno scenario economico abituale.

Un report pubblicato nel marzo 2019 dalla stessa Commissione ha inteso evidenziare come molti degli obiettivi del piano d’azione fossero stati raggiunti, e come su tutti gli altri i lavori fossero ancora in corso d’opera. Secondo una ricerca condotta dall’Eurostat l’economia circolare avrebbe di fatti generato in Europa un valore aggiunto di €147 miliardi per un totale di 17,5 miliardi di investimenti. Questo è indice di come il modello sia fonte di reddito e risparmio anche per le imprese, portate ad affrontare i temi legati alla “triple bottom line” senza per questo dover rinunciare al profitto.

Con il “Circular Economy Action Plan” l’economia circolare è diventata uno dei pilastri del “European Green Deal” della commissione Von Der Leyen. Per abbattere i dati emersi dal rapporto “What a Waste 2.0” del 2018 della World Bank, infatti, la Commissione Europea, nella figura della Presidentessa Ursula von der Leyen, il 12 dicembre 2019 ha presentato davanti alla stampa il nuovo piano strategico europeo sulle tematiche verdi. Il Green Deal, riporta il sito della Commissione europea, «è la nostra tabella di marcia per rendere sostenibile l’economia dell’UE. Realizzeremo questo obiettivo trasformando le problematiche climatiche e le sfide ambientali in opportunità in tutti i settori politici rendendo la transizione equa e inclusiva per tutti». Tra gli obbiettivi più ambiziosi vi è quello di rendere l’Europa il primo continente a impatto climatico zero nel mondo entro il 2050. Accanto agli obiettivi ambientali e sociali, è bene sottolineare come solo il passaggio all’economia circolare porterebbe un risparmio annuo nel consumo di risorse dell’Unione Europea di €600 miliardi, un miglioramento della produttività del 3% annuo per un beneficio annuo netto di €1,8 trilioni. La tabella di marcia del Green Deal europeo prevede varie azioni per promuovere l’uso efficiente delle risorse, passare a un’economia pulita e circolare, ripristinare la biodiversità e ridurre l’inquinamento.

L’Economia Circolare rappresenta pertanto una grande opportunità per l’Unione Europea che, secondo le stime della stessa Commissione, porterà ad un aumento del PIL europeo, introducendo nuovi posti di lavoro nel settore verde. Secondo un recente studio, l’applicazione dei principi dell’economia circolare nell’insieme dell’economia dell’UE potrebbe infatti aumentare il PIL di un ulteriore 0,5% entro il 2030, creando circa 700.000 nuovi posti di lavoro18. Si stima, inoltre, che soltanto tra il 2012 e il 2018 il numero di posti di lavoro collegati all’economia circolare nell’Unione Europea sarebbe cresciuto del 5%, raggiungendo circa 4 milioni19. Esiste, poi, un chiaro vantaggio commerciale anche per le singole imprese: le imprese manifatturiere dell’Unione Europea destinano in media circa il 40% della spesa all’acquisto di materiali, e i modelli a ciclo chiuso potrebbero incrementarne la redditività, proteggendole al contempo dalle fluttuazioni dei prezzi delle risorse. L’accordo verde della Commissione rientra, inoltre, nei più ampi obiettivi di sviluppo sostenibile nel quadro delle Nazioni Unite. L’Assemblea Generale dell’ONU, nel 2015, ha adottato l’Agenda 2030, elencando ben 17 sustainable development goals (SDGs) e 169 targets. I 17 goals fanno riferimento ad un insieme di questioni importanti per lo sviluppo che prendono in considerazione in maniera equilibrata le tre dimensioni dello sviluppo sostenibile – economica, sociale ed ecologica – e mirano ad obbiettivi piuttosto ambiziosi, come porre fine alla povertà, lottare contro l‘ineguaglianza, affrontare i cambiamenti climatici, e costruire società pacifiche che rispettino i diritti umani. Tutti i Paesi sono chiamati ad impegnarsi per definire una propria strategia di sviluppo sostenibile che consenta di raggiungere gli obiettivi fissati, comunicando i risultati conseguiti all’interno di un processo coordinato dall’ONU. Ciascun Paese viene valutato annualmente in sede ONU attraverso l’attività dell’High-level Political Forum (HLPF), che ha il compito di valutare i progressi, i risultati e le sfide per tutti i Paesi. Ogni quattro anni si svolge, inoltre, un dibattito sull’attuazione dell’Agenda 2030 in sede all’Assemblea Generale dell’ONU, alla presenza di Capi di Stato e di Governo: la prima verifica di questo tipo è stata realizzata nel settembre 2019.

Per quanto riguarda gli ultimi sviluppi in sede all’Unione Europea, l’11 marzo 2020 la Commissione ha adottato il nuovo “Circular Economy Action Plan”, documento che scaturisce proprio dal primo pacchetto di misure adottate per porre le prime basi sull’economia circolare. Il nuovo piano d’azione annuncia iniziative lungo tutto il ciclo di vita dei prodotti. Nelle parole di Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo per il Green Deal europeo: «per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, preservare il nostro ambiente naturale e rafforzare la nostra competitività economica, è necessaria un’economia completamente circolare. Oggi, la nostra economia è ancora per lo più lineare, con solo il 12% di materiali e risorse secondari riportati nell’economia. Molti prodotti si rompono troppo facilmente, non possono essere riutilizzati, riparati o riciclati o sono fatti solo per un singolo utilizzo. Esiste un enorme potenziale da sfruttare sia per le imprese che per i consumatori. Con il piano odierno lanciamo azioni per trasformare il modo in cui i prodotti sono realizzati e autorizzare i consumatori a fare scelte sostenibili a proprio vantaggio e per l’ambiente».

Nel dicembre 2020, l’Unione Europea ha presentato i suoi NDCs (nationally determined contributions) aggiornati e rafforzati24. In particolare l’UE e i suoi Stati membri, agendo congiuntamente, si sono impegnati a raggiungere un obiettivo vincolante di riduzione interna netta di almeno il 55% delle emissioni di gas a effetto serra entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990. Il contributo iniziale dell’Unione Europea determinato a livello nazionale nel quadro dell’accordo di Parigi consisteva nell’impegno a ridurre le emissioni di gas a effetto serra di almeno il 40% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, nel contesto del suo più ampio quadro per il 2030 in materia di clima ed energia. Tutte le principali normative dell’UE per l’attuazione di tale obiettivo sono state adottate entro la fine del 2018 26.

Sul piano nazionale l’Italia ha recepito le indicazioni dell’Unione Europea con una serie di leggi tra cui la L. 28 Dicembre 2015, n. 221 con cui ha adottato delle “Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali”. Dal documento del Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare “Verso un modello di economia circolare per l’Italia” per quanto riguarda il settore rifiuti, la produzione di urbani e speciali risulta pari a 178 milioni di tonnellate. Tuttavia relativamente ai processi di riciclo, aumentano le potenzialità per rendere sempre più circolare l’economia italiana. La Commissione Europea prevede 580.000 posti di lavoro, di cui solo in Italia 190.000, con dei risparmi annui dei 72 miliardi di euro per le imprese europee. Interessante il dato sulle materie prime seconde generate a partire dalla raccolta differenziata. Considerando carta, legno, vetro, plastica ed organico, sono state reimmesse sul mercato circa 10,6 milioni di tonnellate nel 2014 (oltre 60% come recupero di materia), in aumento del 2% nel 2015 sulla base di dati preliminari. Lo strumento di coordinamento dell’attuazione dell’Agenda 2030 è rappresentato, invece, dalla “Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile” (SNSvS), approvata dal CIPE con Delibera n. 108/201728. Si tratta di un provvedimento che prevede un aggiornamento triennale e “che definisce il quadro di riferimento nazionale per i processi di pianificazione, programmazione e valutazione di tipo ambientale e territoriale per dare attuazione agli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite”. La Strategia Nazionale di Sviluppo Sostenibile 2017-2030 si configura come lo strumento principale per la creazione di un nuovo modello economico circolare, a basse emissioni di CO2, resiliente ai cambiamenti climatici e agli altri cambiamenti globali causa di crisi locali, come, ad esempio, la perdita di biodiversità, la modificazione dei cicli bio-geochimici fondamentali (carbonio, azoto, fosforo) e i cambiamenti nell’utilizzo del suolo. La SNSvS si basa, inoltre, su un approccio multidimensionale per superare le disuguaglianze economiche, ambientali e sociali e perseguire così uno sviluppo sostenibile, equilibrato ed inclusivo. Tale approccio implica l’utilizzo di un’ampia gamma di strumenti, comprese le politiche di bilancio e le riforme strutturali. Il piano si struttura in cinque aree di intervento, corrispondenti alle “5P” dello sviluppo sostenibile proposte dall’Agenda 2030 (persone, pianeta, prosperità, pace e partnership), ciascuna delle quali contiene scelte strategiche ed obiettivi strategici per l’Italia, correlati agli obiettivi per lo sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, richiamando alla profonda interrelazione tra dinamiche economiche, crescita sociale e qualità ambientale, aspetti conosciuti anche come i tre pilastri dello sviluppo sostenibile. Un passo importante per l’attuazione di Agenda 2030 in Italia è rappresentato dalla “Legge di bilancio 2017”. I 17 goals dell’Agenda 2030 sono, inoltre, richiamati anche nel recente “Piano per il Sud 2030 – Sviluppo e coesione per l’Italia”. Sul piano della simbiosi industriale, strumento eco-innovativo volto all’uso efficiente delle risorse attraverso la cooperazione tra industrie tradizionalmente separate, in Italia esistono diverse realtà di questo tipo, una tra tutti la prima rete nazionale, la SUN – Symbiosis User Network, creata allo scopo di avvicinare la cultura aziendale verso l’economia circolare.

L’economia circolare non può puntare a migliorare soltanto l’efficienza del sistema produttivo, ma è necessario intervenire anche sul modello di consumo, attraverso un intervento propositivo sulle abitudini e i comportamenti dei consumatori, tradotto in un piano nazionale di educazione e comunicazione ambientale, che a livello locale (scuole, aziende, famiglie), possa plasmare una generazione di cittadini critici, consapevoli e informati. Sulla Gazzetta Ufficiale n. 177 del 15 luglio 2020 è stato pubblicato il Decreto del Ministero dello Sviluppo Economico (MiSE) “Criteri, condizioni e procedure per la concessione e l’erogazione delle agevolazioni a sostegno di progetti di ricerca e sviluppo per la riconversione dei processi produttivi nell’ambito dell’economia circolare”. Il Decreto del MiSE interviene proprio in un momento opportuno per dare un ulteriore impulso al settore, attivando l’intervento del Fondo per la crescita sostenibile (FCS), istituito dall’Art. 23 del D.L. del 22 giugno 2012, il cosiddetto “Decreto Sviluppo”. Destinatarie delle agevolazioni sono le imprese di qualsiasi dimensione che esercitano attività industriali, agroindustriali, artigiane, di servizi all’industria e centri di ricerca, presentando progetti singoli o in forma congiunta. L’intervento sostiene attività di ricerca industriale e sviluppo sperimentale, strettamente connesse tra di loro in relazione all’obiettivo previsto dal progetto e finalizzate alla realizzazione di nuovi prodotti, processi o servizi o al notevole miglioramento di prodotti, processi o servizi esistenti, tramite lo sviluppo delle tecnologie abilitanti fondamentali (Key Enabling Technologies – KETs). Le risorse disponibili, stanziate attraverso il “Decreto Crescita”, sono 210 milioni di euro, di cui 150 per la concessione dei finanziamenti agevolati tramite il Fondo rotativo per il sostegno alle imprese e agli investimenti in ricerca (FRI), e 60 milioni per la concessione dei contributi alla spesa tramite il Fondo sviluppo e coesione (FSC) ed il Fondo per la crescita sostenibile (FCS).

In conclusione, sia a livello regionale che globale, puntare sull’economia circolare si sta rivelando un input strategico di grande rilevanza. Un modello, questo, che si traduce in politiche atte a sostenere la ricerca, lo sviluppo e la sperimentazione di soluzioni innovative per l’utilizzo efficiente e sostenibile delle risorse, con la finalità di promuovere la riconversione delle attività produttive verso un modello di economia in cui il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse è mantenuto quanto più a lungo possibile, e la produzione di rifiuti è ridotta al minimo. La regola aurea dietro ogni progetto di business è, in fondo, sempre la stessa: riuscire nel processo alchemico trasformando il bisogno in una fonte di opportunità.

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Bibliografia e sitografia:

1 https://www.un.org/sustainabledevelopment/sustainable-consumption-production/ da New Circular Economy Action Plan, 2020, Commissione Europea

2 OCSE (2018), Global Material Resources Outlook to 2060.

3 Banca mondiale (2018), What a Waste 2:0: A Global Snapshot of Solid Waste Management to 2050

4 https://www.ellenmacarthurfoundation.org/

5 European Environment Agency, 2017, “Circular by design, Products in the circular economy”

6 Unioncamere Veneto, VJD 2020, Economia Circolare Short Reading 01

7 www.economiacircolare.org

8 Iraldo e Bruschi, 2015, “Economia Circolare: principi guida e casi studio”, rapporto GEO, osservatorio sulla green economy, IEFE Bocconi

9 https://www.bankofamerica.com

10 https://ec.europa.eu/environment

11 https://ec.europa.eu/clima/policies/international/negotiations/paris_it

12 “The opportunities to business of improving resource effi ciency”, 2013: http://ec.europa.eu/environment/enveco/resource_effi ciency/pdf/report_opportunities.pdf

13 “Modelling the economic and environmental impacts of change in raw material consumption”2014, Cambridge Econometrics et al.: http://ec.europa.eu/environment/enveco/resource_effi ciency/pdf/RMC.pdf

14 https://ec.europa.eu/environment/circular-economy/first_circular_economy_action_plan.html

15 https://ec.europa.eu/eurostat/web/main/news/euro-indicators

16 https://datatopics.worldbank.org/what-a-waste/

17 https://ec.europa.eu/italy/news/ursula-von-der-leyen-discorso-di-apertura-della-seduta-plenaria-del-parlamento-europeo_it

18 Cambridge Econometrics, Trinomics e ICF, 2018, “Impacts of circular economy policies on the labour market”.

19 https://ec.europa.eu/eurostat/tgm/refreshTableAction.dotab=table&plugin=1&pcode=cei_cie010&language=en

20 https://op.europa.eu/it/publication-detail/-/publication/9903b325-6388-11ea-b735-01aa75ed71a1/language-it

21 https://www.agenziacoesione.gov.it/comunicazione/agenda-2030-per-lo-sviluppo-sostenibile/

22 https://ec.europa.eu/environment/circular-economy/pdf/new_circular_economy_action_plan.pdf

23 https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/ATAG/2019/644205/EPRS_ATA(2019)644205_IT.pdf

24 https://www4.unfccc.int/sites/NDCStaging/pages/Party.aspx?party=EUU

25 https://ec.europa.eu/clima/policies/strategies/2030_en

26 https://ec.europa.eu/clima/policies/international/negotiations/paris_it

27 http://consultazione-economiacircolare.minambiente.it/sites/default/files/verso-un-nuovo-modello-di-economia-circolare_HR.pdf

28 https://www.minambiente.it/pagina/la-strategia-nazionale-lo-sviluppo-sostenibile

29 https://www.agenziacoesione.gov.it/comunicazione/agenda-2030-per-lo-sviluppo-sostenibile/

30 https://www.mise.gov.it

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